SCENARI

Data center alla sfida green: il 2022 anno spartiacque

Transizione ecologica e digitale verso la convergenza. Vertiv traccia la roadmap per il cambio di passo tecnologico. Anche per la smart mobility è tempo di nuove strategie secondo quanto emerge da un report di Fondazione per la Sostenibilità Digitale. E il Politecnico di Milano stima il potenziale della circular economy in Italia

02 Dic 2021

Domenico Aliperto

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La transizione digitale e quella ecologica sono sempre di più due facce della stessa medaglia. A sottolinearlo tre nuovi report che descrivono come stanno cambiando le scelte di imprese e cittadini in un contesto globale e nazionale che potrebbe trarre enormi vantaggi anche dall’adozione di strategie a favore dell’economia circolare.

Data center, efficienza è sinonimo di basso impatto ambientale

La prima analisi arriva da Vertiv, fornitore globale di infrastrutture digitali critiche e soluzioni di continuità, che ha evidenziato con una ricerca i principali trend dei data center nel 2022, caratterizzati da un notevole aumento delle misure volte a promuovere la sostenibilità e a contrastare la crisi climatica. Secondo gli esperti di Vertiv, le tematiche legate all’efficienza e ai consumi dei data center sono in continua evoluzione al fine di fornire un approccio più mirato e innovativo in materia di sostenibilità. Di fatto, si riconosce l’urgenza della crisi climatica, la relazione tra la disponibilità delle risorse e l’aumento dei costi, e il cambiamento degli orientamenti politici in tutto il mondo.

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Sviluppo Sostenibile

Negli ultimi anni, l’industria dei data center ha fatto progressi verso policy più eco-sostenibili, ma gli operatori si impegneranno in modo più deciso nel 2022. Sul fronte operativo, gli esperti di Vertiv prevedono che alcune organizzazioni adotteranno strategie di energia sostenibile, sfruttando nuove soluzioni digitali per garantire l’uso di energia rinnovabile al 100% e dunque operando con energia sostenibile 24/7. Questi sistemi ibridi di energia distribuita possono fornire sia corrente alternata che continua, il che permette di utilizzare nuove modalità per migliorare l’efficienza e consente ai data center di operare senza emissioni di carbonio. Le celle a combustibile, le risorse rinnovabili e i sistemi di immagazzinamento dell’energia a lunga durata, compresi i sistemi di immagazzinamento di energia delle batterie (Bess) e le batterie agli ioni di litio, avranno tutti un ruolo chiave nel fornire risultati sostenibili, resilienti e affidabili. I sistemi di condizionamento che non utilizzano acqua sono particolarmente richiesti, e vedremo le richieste di prodotti refrigeranti con un alto tasso di riscaldamento globale (Gwp) diminuire gradualmente.

Nel prossimo futuro, inoltre, gli effetti degli eventi meteorologici straordinari legati al cambiamento climatico influenzeranno le decisioni su dove e come costruire nuovi data center e reti di telecomunicazione. Anche altri fattori, tra cui l’affidabilità e l’accessibilità della rete, le variazioni del clima a livello regionale, la disponibilità di acqua e di energia rinnovabile e sostenibile generata localmente, e i vincoli che limitano la produzione di energia e la quantità di elettricità destinata ai data center, giocheranno un importante ruolo nel processo decisionale.

Questi eventi climatici straordinari guideranno la realizzazione di sistemi infrastrutturali più solidi in tutti gli ambienti Ict, che dovranno essere attentamente allineati con gli obiettivi di sostenibilità. Nel 2022, gli operatori dei data center e di telecomunicazioni dovranno gestire questi problemi – e le immancabili questioni legate alla latenza – e saranno i promotori della necessità di soluzioni che possano affrontare tutte queste sfide.

Gli italiani e la smart mobility

Nell’ambito della ricerca “Gli Italiani e la Sostenibilità Digitale: cosa ne sanno, cosa ne pensano”, la Fondazione per la Sostenibilità Digitale ha invece affrontato il tema della mobilità urbana. In questo senso, il servizio più utilizzato dagli utenti è quello di navigazione satellitare, ormai conosciuto dal 98% del campione. Significativo, guardando alla consapevolezza rispetto alla sostenibilità, come ben il 45% di quanti sanno che i principali navigatori satellitari mettono a disposizione funzioni per scegliere il percorso più sostenibile non ne faccia uso.

“Altra dimostrazione del fatto, emerso in molti aspetti delle nostre ricerche, che cambiare i comportamenti consolidati è difficile, e che per farlo non basta una generica condivisione ideologica di un valore se non si comprende come tale valore debba generare un cambiamento nelle abitudini di tutti noi. Condizione necessaria perché gli obiettivi di sostenibilità che ci stiamo prefiggendo possano essere davvero raggiunti” evidenzia il presidente della Fondazione Stefano Epifani in una nota.

Stessa situazione per gli altri strumenti di mobilità smart: i servizi di carpooling sono conosciuti dall’82% degli italiani, ma solo il 5% ne fa un uso regolare, ed il 14% vi ricorre solo raramente. Più o meno gli stessi numeri si riscontrano per i servizi di carsharing e bikesharing. Certo è che la pandemia non ha aiutato la diffusione dei servizi di condivisione dei mezzi di trasporto. Un italiano su cinque, infine, non conosce l’esistenza di soluzioni per la mobilità dolce ed integrata, ma degli altri quattro solo l’11% ne fa un uso regolare.

Dalla ricerca emerge un aumento di diffidenza verso la tecnologia da parte di quanti dichiarano posizioni ideologicamente vicine a criteri di sostenibilità eco-centrica forte. In altri termini, continua Stefano Epifani, “chi, condivide convinzioni profondamente e radicalmente ambientaliste, è – in generale – più diffidente nei confronti della tecnologia rispetto a chi ha opinioni più moderate. Il risultato di questa tendenza è un dato che fa capire quanto gli atteggiamenti tecnofobici possano essere controproducenti. Infatti, di quanti conoscono i servizi di smart mobility, sono il 42% di coloro i quali considerano cambiamento climatico ed inquinamento problemi secondari a farne uso. Percentuale che scende al 30% se si guarda a quanti li ritengono, invece, problemi prioritari. In altri termini la diffidenza nei confronti della tecnologia è più forte del fatto che la tecnologia potrebbe essere un’alleata nell’assumere comportamenti più sostenibili”.

Il potenziale della circular economy in Italia

Il Circular Economy Report 2021 dell’Energy&Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano, giunto alla sua seconda edizione, sottolinea infine che se venissero adottate pratiche manageriali per l’economia circolare nell’industria italiana si genererebbero al 2030 circa 100 miliardi di euro annui, quasi il 4,5% del Pil nazionale al 2019, stando all’impatto su sei macrosettori chiave. Invece, meno di una impresa italiana su due ha fatto propria la sfida della circular economy, e ancora non è nemmeno a metà del percorso di trasformazione. Un dato positivo però c’è: per il primo anno, il 44% di aziende virtuose e pioniere supera chiaramente la percentuale degli scettici, che non hanno adottato questi criteri e non intendono farlo in futuro, fermi al 34%.

Il cuore del Rapporto sono i risultati dell’indagine sull’economia circolare in Italia relativa alle imprese di sei importanti macrosettori, con l’obiettivo di valutare lo stato di adozione delle pratiche manageriali circolari, i loro impatti, le principali iniziative implementate e ciò che le favorisce o le ostacola. In testa troviamo le costruzioni, con il 60% del campione che ha introdotto almeno una pratica di economia circolare, seguite da food&beverage (50%), automotive (43%), impiantistica (41%), elettronica di consumo (36%), mobili e arredo (23%): in media, il 44% degli intervistati, poco meno di 1 azienda su 2, mentre il 40% di chi non l’ha ancora fatto ha intenzione di porvi rimedio in futuro.

In sostanza, gli irriducibili rappresentano il 34%, quindi molto meno del 44% degli adopters, che sono in genere imprese di dimensioni maggiori, sia per fatturato che per dipendenti, e partecipano (in misura di un terzo) a gruppi di lavoro, tavoli istituzionali, associazioni di categoria ed ecosistemi di simbiosi industriale che rinforzano le attività sull’economia circolare, dimostrando l’importanza del commitment dell’azienda. Se si chiede tuttavia alle imprese di valutare il livello raggiunto nella transizione verso l’economia circolare, il punteggio medio è pari a 2,02 su una scala da 1 a 5, dunque una fase ancora iniziale.

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