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IL CASO

Internet degli “abissi”: l’italiana Wsense gioiello mondiale. E il Regno Unito non se la fa scappare

L’ex spin off dell’Università Sapienza è già considerata un’eccellenza internazionale nella frontiera dell’Internet of Underwater Things. Strategic partner del Noc di Southampton l’azienda ha appena inaugurato la filiale Uk. Quando si dice il made in Italy

08 Feb 2018

Mila Fiordalisi

Condirettore

Altro che deep web. Altro che “abissi” virtuali. La Rete si sta espandendo ben oltre ciò che persino possiamo lontanamente immaginare. Ed è un’azienda italiana ad aver intrapreso un “viaggio” che promette di rivoluzionare nel vero senso della parola lo scenario esistente e di allargare il raggio d’azione e l’orizzonte tutto della connettività.

L’azienda in questione si chiama Wsense. Il nome non dice molto ai più. Eppure dice già molto a coloro – e fra questi ci sono scienziati e ricercatori di fama mondiale – che stanno lavorando alla rivoluzione prossima ventura: l’Internet of Underwater Things (IoUt). Sì, avete letto bene. Dopo l’Internet of Things ci si prepara ad andare oltre i confini terreni e persino oltre quelli aerei. È tempo di Internet dei mari e degli oceani, di device subacquei, di sensori e reti in grado di comunicare fra loro e trasmettere dati ad alta velocità a profondità inedite. Con quale scopo? C’è più di uno scopo, più di una “missione”, da quelle esplorative a quelle che riguardano la gestione delle emergenze, solo per citare le due grandi aree di impiego già individuate.

Ma veniamo a Wsense: nata nel 2012 come spin off dell’Università Sapienza e specializzata nella messa a punto di soluzioni tecnologicamente avanzate per il monitoraggio terrestre e sottomarino attraverso reti di sensori, nel giro di appena cinque anni è riuscita non solo a posizionarsi come leader del settore ma a diventare un punto di riferimento in una quantità di progetti votati ad “esplorare” le potenzialità degli abissi sottomarini. Ed è nel Regno Unito che l’azienda guidata da Chiara Petrioli, docente di Computer Science dell’ateneo capitolino, ha trovato ora fortuna, nonostante la Brexit.

Due le notizie dell’ultim’ora. La prima: Wsense è stata inserita, in qualità di strategic partner, in uno dei più autorevoli cluster di ricerca mondiali, il Noc (National Oceanographic Centre) di Southampton. “Si tratta di un risultato grandioso e di un grande riconoscimento alla nostra professionalità – commenta Petrioli -. Saremo impegnati nell’ulteriore sviluppo delle nostre tecnologie e insieme con il team del Noc potremo dare un forte input alla diffusione dei sistemi di connettività sottomarini”.

La seconda notizia: l’azienda ha inaugurato la sua filiale britannica, la Wsense Ltd e si prepara dunque a trasformare in business ciò che finora è stata attività di ricerca e sperimentazione. Numerose le soluzioni già disponibili e pronte all’uso: sensori, modem acustici e ottici, piattaforme cloud, insomma tutto quanto serve per il networking subacqueo cableless (senza cavi). E a ciò si aggiunge una lunga lista di applicativi specificamente progettati per settori quali l’offshore oil & gas, l’energia, la difesa, il monitoraggio ambientale, l’acquacoltura.

Last but not least: l’azienda si prepara a dare il via a una serie di test nel Mediterraneo, lungo le coste italiane e israeliane, per la realizzazione di una “rete” sottomarina di nuovissima generazione – destinata ad attività di conservazione e monitoraggio – nell’ambito del progetto ArcheoSub, cofinanziato dall’Easme (European Agency for Sme). In campo, anzi in acqua, anche il drone Zeno – “creatura” sottomarina “figlia” dell’Università di Firenze e del suo spin off Mdm–  che sarà in grado di spingersi fino a profondità di circa 100 metri. Le sfide dunque sono molte e impegnative e per Wsense il 2018 sarà un anno determinante. E non è da escludersi che l’azienda un giorno diventi una vera e propria “regina” dei mari connessi. Quando si dice il made in Italy!

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