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LO STUDIO

Oxford Economics: l’economia dei robot più grande di quella dell’intera Germania

La stima al 2030: la crescita di installazioni crescerà di oltre il 30% a fronte del +5,3% all’anno del Pil mondiale. In ballo 20 milioni di posti di lavoro: a forte rischio le economie più “povere” a causa della scarsa presenza di figure specializzate. La Cina, da sola, si prepara ad attivare oltre 14 milioni di macchine “intelligenti”

27 Giu 2019

Antonio Dini

Se lavorate nel settore manifatturiero e la vostra pensione scatterà prima del 2030, potreste essere al sicuro. Altrimenti, ci sono buone probabilità che vi troviate fra i venti milioni di persone all’interno dell’attuale forza lavoro che perderanno il loro posto, sostituiti da robot e sistemi automatici intelligenti capaci di svolgere attività sempre più sofisticate.  Lo sostiene uno studio della Oxford Economics, secondo il quale solo in Cina nei prossimi 11 anni verranno attivati oltre 14 milioni di robot per il settore manifatturiero. Gli economisti hanno analizzato le tendenze di lungo periodo secondo le quali si svilupperà la crescita dell’automazione nei posti di lavoro, scoprendo che il numero di robot in funzione nel mondo è aumentato molto più del previsto: più di tre volte negli ultimi due decenni, arrivando oggi a quota 2,25 milioni di installazioni. E, avvertono gli studiosi, questo non è ancora niente.

Se da un lato molti ricercatori hanno previsto che l’avvento dei robot sul lavoro e l’aumento dell’automazione porteranno dei chiari benefici in termini di produttività e di crescita economica, dall’altro sono anche d’accordo che ci siano degli effetti negativi e che ci si aspetta che questi vengano fuori tutti assieme. “Come risultato della robotizzazione – sostiene lo studio – decine di milioni di posti di lavoro verranno semplicemente distrutti, soprattutto nelle economie locali più povere, che si basano su lavoratori con poca o nessuna specializzazione. Questo si tradurrà di conseguenza in un aumento delle ineguaglianze economiche e delle disparità nei trattamenti economici”.

Da un lato, gli esperti prevedono che se entro il 2030 la crescita di installazioni di robot crescerà di più del 30% rispetto alle previsioni il Pil del pianeta che crescerà del 5,3% all’anno. “Ciò si traduce in 4,9 mila miliardi di dollari in più nell’economia del pianeta entro il 2030 (calcolati sui prezzi di oggi, ndr), equivalenti a una nuova economia più grande della dimensione che avrà nel 2030 quella della Germania“.

Secondo li rapporto il numero di robot installati nei posti di lavoro negli ultimi quattro anni è lo stesso del numero di installazioni fatte nei quattro anni precedenti. I ricercatori hanno scoperto che circa un terzo dei nuovi robot viene installato in Cina, paese che è la seconda più grande economia del pianeta e che ha in questo momento circa un quinto dello stock complessivo di robot in funzione. Era stato previsto che nel 2030 i robot avrebbero portato alla scomparsa di 1,5 milioni di posti di lavoro negli Usa. In Cina si prevede che questo numero supererà la quota di 11 milioni. Nei Paesi della Ue invece perderanno il loro lavoro a causa dell’automazione circa due milioni di persone.

Negli Usa le aree del manifatturiero più esposte alla perdita di posti di lavoro sono il Texas, la Louisiana, l’Indiana e l’Oregon. In Europa è soprattutto la Germania nell’occhio del mirino, con le regioni del Chemnitz, Thuringen e Oberfranken più a rischio, mentre in Gran Bretagna sono le Midland e l’area nord-est dell’Inghilterra. Nonostante il rischio reale e molto concreto di perdere moltissimi posti di lavoro, gli economisti avvertono i legislatori di tutto il mondo di non opporsi alla diffusione dei sistemi di automazione. “Questi risultati – spiegano nella ricerca – non dovrebbero avere come conseguenza quella di convincere i policy-maker o gli altri stakeholder politici ed economici che sia necessario cercare di interrompere il processo di adozione delle tecnologie robotiche. Invece, la sfida dovrebbe essere quella di ridistribuire il cosiddetto “dividendo robotico” in maniera più equa e uniforme aiutando i lavoratori più vulnerabili a prepararsi e adattarsi a questo sovvertimento previsto del mercato e alle conseguenze che porta con sé”.

I ricercatori suggeriscono ai governi di incentivare la aziende e i lavoratori con benefici finanziari per convincerli a partecipare a programmi locali di reskilling e formazione di nuove competenze. Chiedono anche che i policy-maker creino “dei programmi aggressivi e con idee avanzate” per controbilanciare l’impatto negativo dell’automazione. “Bisogna esplorare tutte le possibili politiche – spiega lo studio – dagli investimenti in nuove infrastrutture per iniziative di formazione ai programmi più innovativi di welfare come ad esempio il reddito minimo universale”. Ai lavoratori gli studiosi suggeriscono di fare una specie di auto-auditing del proprio lavoro per comprendere con maggior precisione quale sia l’equilibrio tra gli skill individuali solo “umani” richiesti e quelli che potenzialmente potrebbero essere automatizzati con una macchina. “Infine – spiegano i ricercatori – è necessario adottare una attitudine all’apprendimento continuo per tutta la vita. E capire che non ci sono più posti di lavoro che durano per sempre”.

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