Competenze digitali, Fadda (Inapp): "Il Sure non basta, servono piani di reskilling continuo" - CorCom

L'INTERVISTA

Competenze digitali, Fadda (Inapp): “Il Sure non basta, servono piani di reskilling continuo”

Il presidente dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche: “Le risorse europee possono facilitare l’avvio di progetti di riqualificazione professionale al passo con le richieste del mercato per chi è stato colpito dalla crisi. Ma, in prospettiva, bisogna immaginare percorsi di formazione che aggiornino costantemente il lavoratore in tutto il suo periodo di attività”

30 Nov 2020

Il Sure (State sUpported shoRt-timE work), il nuovo strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione, può essere una straordinaria leva per lanciare percorsi di riqualificazione professionale in ottica digitale e sostenere i lavoratori colpiti dalla crisi economica determinata dalla pandemia. Ma è solo un primo passo per dare slancio alle politiche attive. È questa la riflessione di Sebastiano Fadda, presidente Inapp, che spiega a CorCom perché il fondo può rappresentare un punto di svolta. E come utilizzarlo al meglio.

Fadda, che ruolo può svolgere il Sure nella ripartenza dell’Italia?

Il Sure è nient’altro che uno strumento finanziario che rende disponibili anche nel nostro Paese risorse finanziarie (più di 27 miliardi, di cui 16,5 già erogati) acquisite tramite emissione di titoli europei (social bonds). La garanzia europea (cui anche l’Italia contribuisce mediante un deposito di poco più di tre miliardi) consente di applicare un tasso di interesse sotto lo zero per la sua restituzione a dieci anni. Questo fondo può essere utilizzato per coprire i costi connessi all’istituzione o all’espansione sia di regimi di riduzione dell’orario di lavoro, sia di altre misure analoghe per i lavoratori autonomi in risposta all’attuale pandemia. Quindi il suo ruolo è duplice: a livello microeconomico, sostenere il reddito dei lavoratori colpiti dalla contrazione dell’attività produttiva mantenendo nel contempo il rapporto di lavoro con le imprese; a livello macro, alimentare la domanda aggregata per contenere la riduzione della produzione e dell’occupazione. Tuttavia l’effettivo impatto per la ripresa economica dipenderà da come questi fondi verranno spesi.

Su che settori prioritari investire? E quanto e come veicolare risorse sulle competenze digitali?

In realtà non c’è tanto un problema di scelta tra settori. I fondi devono essere impiegati per sostenere i redditi dei lavoratori quando la loro attività lavorativa viene ridotta totalmente o parzialmente a causa della crisi. Il blocco dei licenziamenti fino a tutto marzo comporta il ricorso alla cassa integrazione per i lavoratori che risultano eccedenti. Ma il finanziamento di questo periodo di “disoccupazione nascosta” deve assolutamente essere accompagnato da misure che preparino il rientro nell’attività lavorativa quando l’emergenza sarà finita. Ciò significa che le politiche del lavoro “passive” (sostegno al reddito) devono integrarsi con “politiche attive (supporto al rientro al lavoro). E siccome la crisi pandemica imprime un’accelerazione al cambiamento strutturale dell’economia, i lavoratori si troveranno ad affrontare un mondo del lavoro trasformato, per il quale dovranno essere preparati anche in considerazione della possibilità di transizione verso diverse posizioni lavorative. Il tempo di “disoccupazione nascosta” finanziato col fondo Sure dovrà quindi essere impiegato per riqualificarsi acquisendo le nuove competenze e le nuove abilità richieste sia dalle nuove tecnologie sia dal cambiamento della composizione settoriale del sistema produttivo. Qui si, si pone il problema dei settori prioritari. Tutti gli interventi di formazione, di orientamento, di accompagnamento al lavoro devono essere indirizzati verso quelle funzioni e quei settori individuati come caratterizzanti l’evoluzione della struttura produttiva. In altre parole: la gestione appropriata del fondo Sure richiede uno stretto legame con l’analisi dell’evoluzione del sistema economico e con una strategia per governarla.

E invece sullo smart working?

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Ecco, appunto, competenze digitali e smart working rappresentano due direzioni verso cui orientare la attività di “skilling” e di “reskilling”, perché riguardano competenze trasversali che saranno richieste dovunque. Anzi, è bene sottolineare come sia necessario eliminare le diseguaglianze rispetto al possesso di tali competenze, e curarne invece la diffusione presso tutte le componenti della forza lavoro, per evitare che si producano ulteriori diseguaglianze nell’accesso all’occupazione e nella dispersione salariale. In realtà tutte le attività produttive dovranno progressivamente essere impregnate dalle nuove tecnologie e la capacità stessa di assorbimento di queste sarà condizionata dal possesso delle competenze digitali. La digitalizzazione cambierà radicalmente il modo di produrre e le caratteristiche delle prestazioni lavorative, ma avrà anche effetti su molti altri aspetti della vita sociale, sul ruolo dei trasporti, sull’urbanistica, fino alla struttura dei valori immobiliari. Ma esistono anche nuovi settori specifici che dovranno essere individuati come elementi portanti di una strategia di sviluppo, per esempio, tutto il settore dell’istruzione e della ricerca, il settore dell’assistenza medica e del welfare, il settore della tutela dell’ambiente, delle nuove fonti di energia, dell’economia circolare, e così via.

Cosa fare affinché le risorse e i piani con esse finanziati diano i loro frutti?

Bisogna curare molto la fase di attuazione, dove generalmente – si potrebbe dire – casca l’asino nel nostro Paese. Oltre a razionalizzare le procedure attuative (che spesso sono molto complesse in questa materia nei vari passaggi che vanno dagli accordi coi sindacati, alle autorizzazioni regionali fino all’ente erogatore), occorre realizzare un rafforzamento e una riqualificazione dei servizi per l’impiego, in un quadro di collaborazione organica con gli interventi del Fondo per le nuove competenze, le iniziative dei fondi interprofessionali, l’attività delle strutture formative in genere e il ruolo delle agenzie del lavoro di natura privata. C’è da risolvere un fondamentale problema di governance delle politiche del lavoro e di semplificazione della selva di strumenti di previdenza sociale. Ma soprattutto bisogna riuscire ad ancorare tutte le articolazioni della politica del lavoro ad una analisi accurata ed aggiornata delle tendenze evolutive dell’economia, del mercato del lavoro e dei fabbisogni professionali.

Può bastare il Sure per avviare un grande piano nazionale di competenze digitali?

No, non basta, perché il Sure si applica solo a una parte della forza lavoro, quella coinvolta nella riduzione dell’orario di lavoro in conseguenza della crisi. Ma tutta la forza lavoro, ad ogni livello, dovrebbe essere coinvolta, sia nella fase precedente l’esercizio dell’attività lavorativa, sia durante la vita lavorativa stessa in un processo continuo sia di apprendimento delle nuove competenze digitali sia di rafforzamento delle capacità cognitive. Tale compito richiede un piano organico riguardante tutte le istituzioni di istruzione e di formazione professionale che entri nelle metodologie didattiche e nei contenuti formativi. Senza questo diffuso e capillare possesso di capacità cognitive non è possibile sviluppare né quella reingegnerizzazione dei processi produttivi, né quel cambiamento dell’organizzazione e dei contenuti del lavoro che la cosiddetta “quarta rivoluzione industriale” prefigura.

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