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EMPLOYMENT OUTLOOK

Crescita degli stipendi al palo per “colpa” delle big tech. L’Ocse lancia l’allarme

Le grandi aziende innovative come Google e Amazon macinano profitti ma impiegano meno personale delle aziende tradizionali: per questo le retribuzioni non crescono come prima della crisi del 2008. La soluzione? Non paletti antitrust ma seri investimenti nella formazione: “Alte competenze digitali possono far ripartire la crescita”

04 Lug 2018

Patrizia Licata

giornalista

Su produttività e occupazione i paesi dell’Ocse si sono messi la crisi del 2008 alle spalle, ma non può dirsi lo stesso se si guarda agli stipendi: la busta paga media cresce a ritmi dell’1,2% (al netto dell’inflazione) contro il +2,2% registrato prima del 2008, rivela il nuovo Employment Outlook dell’organizzazione con sede a Parigi, e ciò potrebbe essere in parte dovuto all’ascesa dei colossi hitech come Google e Amazon che macinano profitti ma impiegano poche persone in rapporto alla loro potenza economica.

L’annuale report dell’Ocse sull’occupazione punta il dito su diversi fattori come causa della scarsa ripresa del livello dei salari, compreso il fatto che la contrazione economica del 2008 ha spinto molte persone ad accettare lavori poco pagati, pur di non trovarsi senza alcuna occupazione. L’Ocse considera tuttavia rilevante il ruolo di quelle che definisce aziende “superstar”: gran parte della crescita della produttività degli ultimi dieci anni è stata generata da un ristretto numero di imprese innovative che investono in modo massiccio sulla tecnologia ma impiegano pochi lavoratori in confronto alle imprese tradizionali; di conseguenza la quota complessiva del reddito nazionale che torna ai lavoratori, anziché agli investitori, risulta mediamente in calo nei paesi Ocse.

Il Regno Unito mostra la crescita più debole tra tutti i paesi del G7 in fatto di incremento dei salari negli ultimi dieci anni, nonostante sia al top per la crescita dell’economia e dell’occupazione. Molto male anche l’Italia, il Portogallo, il Messico e la Grecia, tutti paesi con crescita negativa del livello dei salari; molto debole l’espansione dei salari in Usa e Giappone; fanno meglio Francia, Germania e Sud Corea ma a superare la media Ocse sono solo Lituania, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Estonia e Norvegia.

Lo studio non arriva a concludere che i colossi della tecnologia stiano creando forze anti-competitive che agiscono sul mercato del lavoro e sui salari, ma questo elemento andrà analizzato nelle prossime edizioni dell’outlook: “Una delle grandi sfide della regolazione di mercato e delle politiche sulla concorrenza nei prossimi anni sarà evitare che i player dominanti emergenti adottino comportamenti anti-competitivi“, si legge nel report.

L’Ocse non raccomanda azioni antitrust o anti-dumping, ma afferma che occorre puntare su programmi di formazione che alzino il livello delle competenze dei lavoratori e li mettano in grado di offrire professionalità avanzate e in linea con quanto chiedono il mercato e l’economia digitale: l’era dell’hitech comporta un alto grado di automazione ma ha bisogno anche di esperti qualificati che vengono solitamente premiati con stipendi più alti. Sarà importante inoltre la capacità dei lavoratori di unirsi e contrattare con i datori di lavoro: lo strumento della rappresentanza unica e della concertazione resta fondamentale per appianare le diseguaglianze salariali.

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