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IL CASO

L’ipocrisia delle tech company: “paladine” del no-gender gap ma sottopagano le donne

Il Regno Unito finito nella bufera mediatica per la questione del divario di stipendi. Ma a distanza di un anno ben poco è cambiato. Fra i casi più eclatanti c’è Facebook: ha assunto più donne in posizioni apicali ma con stipendi “scontati” rispetto agli uomini

08 Apr 2019

Antonio Dini

Un anno fa in Gran Bretagna era scoppiato il problema degli stipendi delle donne nel settore delle tecnologie. Un anno dopo, il problema è sempre aperto, almeno sul fronte dei colossi hi-tech, prevalentemente americani: Amazon, Uber, Facebook e molti altri.

Nel Regno Unito a tutte le aziende con più di 250 dipendenti per la prima volta lo scorso aprile è stato richiesto di pubblicare i dati sul “gender pay gap”, il divario di genere negli stipendi. Includendo la differenza media e della mediana nei salari orari, i bonus e anche quale percentuale di donne c’è in ogni quartile dei livelli di salario pagati da ogni azienda. Un anno dopo, le aziende hi-tech non stanno adempiendo nella maniera aspettata. Facebook, riporta ad esempio Bloomberg, sta pagando in media il suo staff femminile meno di quello maschile, anche se ha assunto più donne nelle posizioni apicali. Amazon, che più o meno ha lo stesso numero di uomini e di donne ai vertici della filiale britannica, ha migliorato il “pay gap”, mentre Uber e WeWork hanno fornito dati che svelano un divario sostanziale nelle retribuzioni dei dipendenti di sesso maschile e femminile.

Nel 2018 Uber, che oggi ha un numero di dipendenti in Gran Bretagna tale da rendere il rapporto sul “pay gap”, ha rivelato infatti di pagare le donne l’8,9% in meno degli uomini, mentre la vertice dell’azienda la percentuale di donne presenti è del 32,9%.  Cambiando azienda, cioè la filiale britannica di WeWork, società specializzata nella somministrazione del lavoro, le donne vengono pagate il 23,4% in meno, e rappresentano il 39,4% delle posizioni apicali. L’azienda che fa app per gli appuntamenti, Badoo, e che ha un servizio specializzato per le donne chiamato Bumble, paga le donne che lavorano in azienda il 33% in meno degli uomini e al vertice ci sono il 14% di donne.

Bloomberg è andata a chiedere ai portavoce delle varie aziende quali commenti ufficiali possano essere dati a questi dati. Per Uber “qualsiasi livello di “pay gap” è di troppo e sappiamo bene che dobbiamo fare meglio. Siamo determinati ad esempio ad incrementare il numero di donne in posizione di leadership”. Per WeWork, la vicepresidente Eleni Zneimer ha dichiarato: “Attendo di vederci implementare nuovi programmi e iniziative per supportare le donne nella nostra azienda”.

Le aziende hanno pubblicato i propri dati lo scorso 4 aprile. Ronan Harris, managing director di Google Uk ha commentato che “nonostante il numero di donne in posizioni tecniche e di leadership sta aumentando, dobbiamo fare molto di più per chiudere questo gap”. I dati al di fuori della Gran Bretagna non sono ovviamente migliori. Nel rapporto sulla diversità pubblicato da Google, ad esempio, emergono considerazioni interessanti. Nonostante dal 2017 al 2018 è diminuito il numero di lavoratori maschi e bianchi, il numero di persone di colore non è aumentato in proporzione.

Il problema di fondo della discriminazione di genere e di quella delle minoranze nel settore della tecnologia è sempre stato molto forte. Da un lato le aziende sottolineano come l’accesso delle donne e delle minoranze alle discipline tecnologiche e Stem sia limitato e quindi per loro sia più ristretto il bacino dal quale cercare i migliori candidati rispetto a quello degli uomini bianchi. Ma a questo si aggiungono non solo sacche professionali evidentemente al di fuori della media, ma anche altre problematiche come le molestie e altri tipi di discriminazione sul posto di lavoro, come riporta una ricerca condotta dal venture capitalist londinese Atomico.

Un esempio viene proprio dal settore dei venuture capitalist: nonostante la totalità delle aziende di questo settore presenti in Gran Bretagna abbia un numero di dipendenti molto limitato e che quindi consente loro di evitare di dover pubblicare la percentuale il rapporto richiesto dal governo di Londra, altre stime indicano a circa il 7% il numero di donne dipendenti da società di capitale di ventura.

Secondo Fiona Mullan, vicepresidente di Facebook: “Abbiamo molte cose da fare su tutta la linea, ma siamo impegnati ad aumentare la rappresentanza delle donne a tutti i livelli e in tutte le aree della nostra attività”. Facebook in Gran Bretagna paga le donne l’1,8% meno degli uomini, un peggioramento rispetto al “pay gap” dello 0,9% di un anno fa. La percentuale di donne al vertice dell’azienda è del 31%, in crescita rispetto al 29,6% di un anno fa.

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