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L'INTERVENTO

Manager 4.0, asse università-impresa per una formazione al passo

Scuola digitale e alternanza scuola-lavoro non bastano a formare manager in grado di gestire la trasformazione. Serve un percorso universitario che integri anche momenti di interazione con le aziende. L’analisi di Federico Adrodegari

08 Feb 2019

Federico Adrodegari

Laboratorio di ricerca Rise - Università di Brescia

Sempre più spesso si sente parlare di nuove professioni e ruoli per le imprese quali il data scientist, il chief innovation officer o il customer experience designer ed è quindi oggi naturale interrogarsi sulle esigenze di competenze  e sulla capacità del sistema formativo di preparare figure adatte a svolgere tali mansioni. Oggi, si associa spesso la rivoluzione delle competenze in atto al concetto di Industria 4.0, ma i temi trattati non hanno a che fare solamente con l’industria né tanto meno solo con le tecnologie digitali abilitanti. Ad esempio, si parla sempre più spesso oggi di servitization che richiede un radicale cambio di cultura e di competenze per le imprese (Figura 1), come dimostrano recenti risultati della ricerca Asap che sarà illustrata il prossimo 27 febbraio a Brescia durante il workshop organizzato da Asap proprio su questi temi.

Figura 1 – Anticipazione risultati della ricerca “Nuove Competenze per la Digital Servitization” (fonte: Paschou, Rapaccini, Adrodegari – 2018)

Molti infatti sono i cambiamenti che stanno investendo l’economia e non sorprende quindi che poche siano le aziende oggi in grado di comprendere appieno questi complessi fenomeni.

Questo principalmente perché, l’ingrediente chiave per avere successo in questa complessa trasformazione è rappresentato dalle persone, elemento complesso e non facile da trovare e costruire. Ruoli esistenti devono quindi evolvere così come nuove figure devono essere acquisite dalle aziende. Al riguardo, pare sempre più necessario non interrompere i programmi incentrati sullo sviluppo di nuovi processi formativi volti a plasmare queste nuove figure e competenze. Alla già ben nota “scuola digitale”, serve più che mai affiancare una potenziata alternanza scuola-lavoro, con nuovi percorsi di dottorato e la definizione di specifici centri di eccellenza universitari per la formazione delle competenze specialistiche richieste dai nuovi paradigmi. Non basta infatti oggi saper classificare e nominare i trend tecnologici, esaltando i benefici di una specifica tecnologia digitale. Serve un’autentica nuova formazione su questi aspetti, che deve poter fornire all’azienda non solo la conoscenza tecnica delle nuove tecnologie ma anche sviluppare la consapevolezza delle precondizioni di utilizzo e dei potenziali effetti collaterali delle nuove tecnologie, analizzando e gestendo le implicazioni organizzative, psicologiche e linguistiche che ne possono derivare.

Ecco quindi che se vogliamo un Paese capace di attrarre nuovi investitori, nuovi talenti e una nuova generazione in grado di capire il mercato futuro, sia l’Università che i manager “di oggi” devono saper trasmettere agli allievi e i giovani manager “di domani” non solo competenze tecniche ma anche, e soprattutto, competenze che forse fino ad oggi sono state sottovalutate perché si pensava fossero innate, non insegnabili, non migliorabili o allenabili. Tuttavia, se da un lato le imprese si trovano ancora parecchio spiazzate dalle trasformazioni in atto, l’Università sembra non essere ancora pronta a recepire tutti gli elementi del cambiamento in corso e ad offrire quindi ai propri studenti gli strumenti necessari per l’inserimento nel nuovo scenario economico-produttivo. Un elemento critico, in questo senso, è rappresentato dall’assenza di un vero percorso strutturato che preveda più momenti di interazione tra studenti ed aziende nel percorso curriculare.

Come primo passo, i percorsi di orientamento potrebbero quindi essere potenziati, al fine di stimolare la capacità di auto-comprensione nei laureandi, che li possa aiutare ad indentificare la propria attitudine, generando valore anche per l’intera società. L’alternanza scuola-lavoro, anche e soprattutto prima dell’università, è sicuramente una leva importante, ma non è però così semplice da intraprendere, in quanto richiede non solo un modo diverso di intendere la formazione da parte delle istituzioni, ma anche uno sforzo non indifferente da parte delle aziende che, spesso, non riescono a conciliarlo con il business quotidiano. Per questo, molte grandi aziende hanno deciso di sviluppare academy interne per facilitare la crescita di nuove risorse: appare però evidente come le aziende medio-piccole trovino difficoltà a sviluppare questo tipo di percorsi. Ecco quindi ancora tornare centrale il ruolo dell’Università che, soprattutto quando fortemente legata al territorio, deve guardare oltre i propri studenti e pensare di predisporre percorsi strutturati di formazione che possano supportare le aziende in questa difficile operazione di aggiornamento continuo.

Non sorprende quindi come in questo ambiente dinamico, sfidante e complesso, sia sempre più sentita da parte delle aziende la necessità di collaborare con l’Università.  In particolare, le imprese guardano con sempre maggiore attenzione le risorse qualificate che l’Università è in grado di preparare per affrontare le nuove sfide imposte dal mutato scenario economico. Una sfida comune, che deve essere basta su una fattiva collaborazione che, oggi con poche eccezioni, pare ancora però lontana dall’essere attuata.

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