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Skill gap digitale, all’Italia costa 44 miliardi. Nell’Ict un profilo su due è difficile da trovare



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La carenza di specialisti si intreccia con la crescita di cloud, AI e cybersecurity. L’Italia resta sotto la media Ue per professionisti Ict e laureati Stem, mentre le imprese devono affrontare tempi di recruiting più lunghi e un fabbisogno di aggiornamento continuo

Pubblicato il 7 ago 2026



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Lo skill gap digitale sta diventando un vincolo economico prima ancora che occupazionale. La stima più esplicita arriva da Unioncamere: il costo del mismatch tra domanda e offerta di lavoro è stato quantificato per il 2023 in 43,9 miliardi di euro, circa il 2,5% del Pil, considerando il valore aggiunto che le imprese non riescono a generare a causa delle difficoltà nel reperire personale. Un ordine di grandezza che acquista un peso particolare nei settori tecnologici, dove alla scarsità quantitativa di professionisti si aggiunge la velocità con cui cambiano le competenze richieste.

Nei servizi informatici e delle telecomunicazioni il problema è ormai strutturale. I dati del Sistema informativo Excelsior indicano nel 2026 una difficoltà di reperimento che interessa oltre la metà delle entrate programmate nel comparto, con una quota del 50,6% riportata per il settore. E il fenomeno si inserisce in un mercato del lavoro nel quale, anche considerando l’insieme delle attività economiche, oltre quattro profili su dieci risultano difficili da trovare: a giugno 2026 Excelsior indicava una quota nazionale del 42%, dovuta soprattutto alla mancanza di candidati e, in seconda battuta, a una preparazione non adeguata.

La conseguenza è un paradosso: la domanda di tecnologie continua a crescere, ma la disponibilità di capitale umano rischia di non avanzare alla stessa velocità.

Un mercato digitale da 84,4 miliardi che deve trovare le persone per crescere

Il tema assume una rilevanza ancora maggiore osservando la traiettoria del mercato. Secondo Anitec-Assinform, nel 2025 il mercato digitale italiano ha raggiunto 84,4 miliardi di euro, in aumento del 3,4% rispetto all’anno precedente e con una dinamica superiore a quella del Pil. A sostenere maggiormente la domanda sono proprio i servizi Ict, spinti da cloud, cybersecurity e Intelligenza artificiale.

È qui che il mismatch smette di essere soltanto un indicatore del mercato del lavoro. Se le tecnologie che crescono più rapidamente sono anche quelle per le quali servono competenze più specialistiche e continuamente aggiornate, la capacità di reperire persone diventa parte della capacità produttiva dell’impresa.

Una posizione scoperta può tradursi in un progetto posticipato, nell’impiego più intenso delle risorse già disponibili, in maggiori costi di selezione oppure nella rinuncia a un’iniziativa. Il problema può risultare particolarmente severo per le Pmi, che competono per gli stessi profili con grandi aziende tecnologiche, società di consulenza e gruppi internazionali, ma dispongono spesso di minori margini sul fronte retributivo, della formazione e dei percorsi di carriera.

È su questo terreno che Claudio Fratocchi, Managing Director di Scientia Consulting, Ceo di Energieering e tra i fondatori della Federazione Stem, legge il costo industriale del fenomeno.

“Il costo del mismatch non è solo sociale, è direttamente iscritto nei bilanci delle imprese”, sostiene Fratocchi. “Ogni posizione tecnica scoperta significa progetti rallentati, straordinari sul personale esistente, turnover più alto e un costo di ricerca che si allunga da settimane a mesi. È un problema di competitività, non solo di risorse umane”.

L’Italia resta indietro sugli specialisti Ict

Anche il confronto europeo restituisce un divario rilevante. Nel 2025 gli specialisti Ict rappresentavano il 3,8% degli occupati italiani, una delle percentuali più basse dell’Unione europea, contro una media Ue del 5%. In Svezia la quota raggiungeva l’8,9%.

Non si tratta soltanto di una distanza fra Paesi. È l’intera Europa a muoversi con difficoltà rispetto agli obiettivi fissati per il 2030. Nel 2025 gli specialisti Ict nell’Ue erano circa 10,45 milioni, mentre il programma per il Decennio digitale punta ad almeno 20 milioni entro la fine del decennio, con un maggiore equilibrio di genere. Il divario rispetto al target è dunque ancora vicino a 9,5 milioni di professionisti.

La Commissione europea segnala inoltre che, proseguendo al ritmo osservato negli ultimi anni, il numero di specialisti potrebbe attestarsi su livelli sensibilmente inferiori all’obiettivo. Non basta quindi espandere i corsi universitari: la questione investe istruzione tecnica, Its Academy, riqualificazione dei lavoratori, attrazione di competenze internazionali e formazione continua.

Per l’Italia la sfida è doppia. Occorre aumentare il numero assoluto degli specialisti e, contemporaneamente, evitare che la domanda generata dalla trasformazione digitale proceda più rapidamente dell’offerta. L’accelerazione dell’Ai rende il problema ancora più complesso: alcune competenze diventano rapidamente obsolete, altre acquistano valore in pochi mesi e nuove mansioni nascono prima che il sistema formativo riesca a codificarle.

Cybersecurity, la scarsità si sposta dalle persone alle competenze

La cybersecurity mostra con particolare chiarezza questo cambiamento. Il Cybersecurity Workforce Study 2025 di Isc2 evidenzia che il 95% degli intervistati rileva almeno una necessità di competenze cyber nella propria organizzazione e che il 59% considera le carenze critiche o significative. Lo studio, significativamente, ha scelto di non produrre nel 2025 una nuova stima globale del semplice workforce gap, concentrando l’attenzione sulla qualità e sulla disponibilità delle skill.

È un passaggio importante. L’equazione secondo cui per rafforzare la sicurezza sarebbe sufficiente aumentare il numero degli addetti non descrive più interamente il problema. Ai, sicurezza del cloud, gestione del rischio, architetture e risposta agli incidenti richiedono specializzazioni differenti e soggette a un aggiornamento molto rapido.

“Siamo entrati nell’era post-headcount della cybersecurity”, osserva Fratocchi. “Assumere di più non basta: senza formazione continua il divario si sposta dentro i team, con un costo ricorrente di rischio operativo”.

Lo scenario è coerente con i risultati di Isc2: nel 2025 l’Ai risultava la principale area nella quale gli intervistati segnalavano un bisogno di competenze, seguita dalla cloud security.

Per imprese e amministrazioni pubbliche questo significa che la politica del personale deve diventare parte della strategia di sicurezza. Un’organizzazione può anche avere un organico numericamente adeguato e restare vulnerabile se non aggiorna le capacità dei team al ritmo delle tecnologie adottate e delle minacce.

Il collo di bottiglia parte dalla formazione Stem

A monte c’è un problema di alimentazione della filiera. Secondo Istat, nel 2024 appena il 23,6% dei 30-34enni italiani con un titolo terziario aveva conseguito una laurea nelle discipline scientifiche e tecnologiche Stem.

Il dato deve essere letto insieme a una debolezza più generale dell’istruzione terziaria italiana. Nella fascia 25-34 anni soltanto il 31,6% possedeva nel 2024 un titolo terziario, contro il 44,1% della media Ue. Il bacino da cui estrarre ingegneri, informatici, matematici e altri specialisti parte dunque da una base relativamente più stretta.

Anche la componente di genere resta una questione aperta. A livello europeo le donne costituiscono meno di un quinto degli specialisti Ict, mentre uno degli obiettivi del Decennio digitale è proprio avvicinare l’occupazione tecnologica a un maggiore equilibrio. Ampliare la partecipazione femminile non rappresenta quindi soltanto una questione di inclusione, ma una possibile leva per aumentare l’offerta complessiva di competenze.

Su questo punto, tuttavia, sarebbe riduttivo concentrare tutte le responsabilità su università e scuola. Il mismatch dipende anche dalle condizioni offerte dal mercato del lavoro, dalla capacità delle imprese di investire in formazione, dalla mobilità professionale, dai percorsi di carriera e dalla velocità con cui vengono riconosciute economicamente le nuove specializzazioni.

Il Ccnl Stem prova a dare un valore contrattuale alle nuove professionalità

È in questo quadro che si inserisce il Ccnl Stem e Professioni innovative, presentato nel marzo 2026 e dedicato espressamente alle professionalità dell’economia della conoscenza. Il contratto è stato sottoscritto, tra gli altri, da Federazione Stem, Cse, Ciu UnionQuadri e Sning per la parte sindacale e da FederItaly per la parte datoriale. Tra gli elementi che intende valorizzare figurano aggiornamento continuo, certificazione delle competenze, autonomia professionale e responsabilità progettuale.

La sua effettiva capacità di incidere sul mercato dipenderà naturalmente dall’adozione da parte delle imprese e dalla sua diffusione rispetto ai contratti già utilizzati nel settore tecnologico. Ma l’iniziativa intercetta un tema destinato a diventare sempre più rilevante: nei lavori ad alta intensità di conoscenza il valore professionale è sempre meno legato soltanto alla mansione formalmente occupata e sempre più al patrimonio di competenze aggiornate posseduto dalla persona.

Per Fratocchi il contratto rappresenta proprio un tentativo di attribuire un riconoscimento economico e organizzativo a capacità che evolvono troppo rapidamente rispetto agli schemi tradizionali.

L’affermazione dell’esperto secondo cui “ogni punto di competenze Stem in più è anche un punto di Pil potenziale in più” va letta come una valutazione sulla centralità del capitale umano, non come una relazione econometrica dimostrata dai dati citati. Il nesso di fondo, però, è evidente: senza un’offerta sufficiente di competenze, una parte degli investimenti in tecnologia rischia di produrre risultati inferiori alle attese.

Dalla ricerca dei talenti alla politica industriale delle competenze

È questo il passaggio che cambia la natura del problema. Lo skill gap non può essere affrontato esclusivamente aumentando le assunzioni. Serve una politica della capacità tecnologica del Paese che colleghi formazione iniziale, Its, università, reskilling aziendale, mobilità internazionale e aggiornamento dei lavoratori già occupati.

Per le imprese significa anche passare dalla ricerca episodica di talenti alla programmazione delle competenze. Ai e automazione possono compensare una parte della scarsità, ma allo stesso tempo generano nuove esigenze professionali e rendono necessario aggiornare chi deve progettare, governare e controllare i sistemi automatizzati.

Il rischio, altrimenti, è che la crescita del mercato digitale italiano si polarizzi: da una parte le organizzazioni capaci di attrarre e formare specialisti, dall’altra quelle che dispongono delle risorse per investire in tecnologia ma non delle persone necessarie a trasformarla in produttività.

I 44 miliardi stimati da Unioncamere per il mismatch nel 2023 mostrano quanto il costo della distanza tra domanda e offerta possa già essere elevato. Ma la questione più rilevante riguarda ciò che accadrà nei prossimi anni. Con cloud, Ai e cybersecurity sempre più centrali nella competitività delle imprese e nei servizi pubblici, il capitale umano non è più una variabile che segue l’innovazione: è una delle infrastrutture che ne determina la velocità.

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