Il Coronavirus mette alla prova lo smart working in Italia - CorCom

EMERGENZA Coronavirus

Il Coronavirus mette alla prova lo smart working in Italia

Il decreto legge per contenere il contagio da Covid-19 prevede che nelle aree in quarantena i lavoratori possano ricorrere da subito al lavoro agile, anche in assenza di accordi azienda-dipendenti. Sarà un test importante per il nostro Paese?

24 Feb 2020

L’emergenza Coronavirus può essere un banco di prova importante per lo smart working in Italia, dove il virus si sta propagando velocemente e le autorità sanitarie sono impegnate a contenerlo. Lo smart working infatti può essere decisivo per raggiungere due obiettivi: da una parte limitare il contagio da coronavirus, dall’altra non paralizzare l’economie delle zone colpite dalla diffusione del virus, consentendo alle persone di continuare a lavorare e di non bloccare la loro produzione. Per questo tra i primi atti del governo con il consiglio dei ministri del 22 febbraio c’è il decreto legge, emanato oggi dal Presidente della Repubblica e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, che consente ai dipendenti che risiedono nelle aree sottoposte a quarantena di lavorare in modalità “smart”, da casa, senza doversi spostare. Una decisione presa, si legge sul testo pubblicato in Gazzetta ufficiale,  “Ritenuta  la  straordinaria  necessità  ed  urgenza   di   emanare disposizioni per contrastare l’emergenza epidemiologica da  Covid-19, adottando misure di contrasto  e  contenimento  alla  diffusione  del predetto virus”. 

Tra le misure contemplate dal decreto infatti, al comma N dell’articolo 1, compare la prescrizione della “sospensione  delle  attività  lavorative  per  le  imprese,  a esclusione di quelle che erogano servizi  essenziali  e  di  pubblica utilità  e  di  quelle  che possono  essere  svolte  in   modalità domiciliare”. 

Il provvedimento rientra in una serie più ampia di norme: “Allo scopo di evitare il diffondersi del Covid-19 – recita la norma – nei comuni  o nelle aree nei quali risulta positiva almeno una persona per la quale non si conosce la fonte di trasmissione o comunque nei quali vi è un caso non riconducibile ad una persona  proveniente  da  un’area  già interessata  dal  contagio  del  menzionato   virus,   le   autorità competenti sono tenute ad adottare  ogni  misura  di  contenimento  e gestione adeguata  e  proporzionata  all’evolversi  della  situazione epidemiologica”.

Il mondo dello smart working, secondo la fotografia scattata dalla ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, sta registrando un treno in crescita nel nostro Paese: i lavoratori dipendenti che godono di flessibilità e autonomia nella scelta dell’orario e del luogo di lavoro, disponendo di strumenti digitali per lavorare in mobilità sono ormai circa 570mila, in crescita del 20% rispetto al 2018, e mediamente presentano un grado di soddisfazione e coinvolgimento nel proprio lavoro molto più elevato di coloro che lavorano in modalità tradizionale: il 76% si dice soddisfatto della sua professione, contro il 55% degli altri dipendenti; uno su tre si sente pienamente coinvolto nella realtà in cui opera e ne condivide valori, obiettivi e priorità, contro il 21% dei colleghi.

Nel 2019 la percentuale di grandi imprese che ha avviato al suo interno progetti di Smart Working è del 58%, in lieve crescita rispetto al 56% del 2018. A queste percentuali vanno aggiunte un 7% di imprese che ha già attivato iniziative informali e un 5% che prevede di farlo nei prossimi dodici mesi. Del restante 30%, il 22% dichiara probabile l’introduzione futura e soltanto l’8% non sa se lo introdurrà o non manifesta alcun interesse. A fronte di questa crescita modesta, c’è da registrare un aumento di maturità delle iniziative, che abbandonano lo stato di sperimentazione e vengono estese ad un maggior numero di lavoratori: circa metà dei progetti analizzati è già a regime e la popolazione aziendale media coinvolta passa dal 32% al 48%.

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