IL RAPPORTO ISTAT

Lo smart working potrebbe coinvolgere 8,2 milioni di lavoratori italiani

In aumento la percentuale del personale in modalità da remoto che supera già i 4 milioni. Un’opportunità importante che però fa il paio con una serie di criticità crescenti a partire dalla gestione caotica degli orari. Il Centro-Nord l’area più coinvolta dalla “rivoluzione”

03 Lug 2020

Mila Fiordalisi

Direttore

Sono oltre 4 milioni i lavoratori italiani in smart working, 3 milioni in più rispetto al 2019: è quanto emerge dal Rapporto annuale Istat secondo cui la percentuale di chi lavora da casa sta progressivamente aumentando: è passata dal 12,6% di marzo al 18,5% di aprile e l’Istituto di statistica rende noto che nell’ultimo mese di è registrata un’ulteriore crescita.

I 4 milioni però potrebbero potenzialmente raddoppiare: “La stima dell’ampiezza potenziale del lavoro da remoto, basata sulle caratteristiche delle professioni, porta a contare 8,2 milioni di occupati (il 35,7%) con professioni che lo consentirebbero” si legge nel report. “Si scende a 7 milioni escludendo le professioni per le quali in condizioni di normalità è comunque preferibile la presenza sul lavoro (ad esempio gli insegnanti)”. L’Istat evidenzia che nonostante in Italia l’organizzazione del lavoro sia ancora “rigida”, “l‘esperimento dello smart working, bruscamente accelerato dall’emergenza sanitaria, ha messo in evidenza le potenzialità dello strumento, al netto delle criticità legate all’ampio divario digitale che caratterizza il Paese e alle cautele legate agli squilibri tra lavoro e spazi privati”.

Lavoro e vita privata: confini labili

Il rischio è che il confine tra tempi di lavoro e tempi di vita diventi labile”, sottolinea l’Istat puntualizzando che circa il 40% di chi lavora da casa dichiara di essere stato contattato fuori dell’orario di lavoro almeno tre volte da superiori o colleghi nei due mesi precedenti. E si sale quasi al 50% tra chi usa la propria abitazione come luogo di lavoro occasionale. “Una risposta tempestiva, anche se fuori dell’orario di lavoro, è stata richiesta al 26,1% e al 20,9% di chi lavora a casa come luogo principale e secondario e al 33% di chi lavora a casa occasionalmente”. Flessibilità oraria e autonomia sono fattori importanti per la qualità del lavoro, evidenzia l’Istat: “I dati indicano una divaricazione anche in queste dimensioni a svantaggio delle donne, di coloro che sono assunti a tempo determinato, dei residenti nel Mezzogiorno, dei lavoratori a bassa istruzione”.

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Il lavoro a distanza potrà rappresentare, secondo l’Istat, una grossa opportunità anche a emergenza Coronavirus conclusa: fra i vantaggi indicati l’ottimizzazione dei tempi lavorativi e la riduzione dei costi e dell’impatto ambientale. “In questa prospettiva le competenze digitali si accreditano come fattore cruciale per aumentare la velocità di adattamento del nostro mercato del lavoro e ridurre i rischi di disoccupazione e segmentazione”.

Il Centro-Nord l’area a più alto potenziale

Secondo l’Istat il lavoro da remoto potrebbe riguardare maggiormente le donne (37,9% contro il 33,4% degli uomini), gli ultracinquantenni (37,6% contro 29,5% dei giovani occupati) e soprattutto i laureati (64,2%). A livello regionale sarebbe il Centro-nord l’area più interessata (37% contro 28,8% del Mezzogiorno). Possono essere svolte da remoto “in condizioni ordinarie soprattutto le professioni nei comparti dell’informazione e comunicazione, delle attività finanziarie e assicurative e dei servizi alle imprese (con quote tra il 60 e il 90%)”, si legge nel report. Nel 2019, il lavoro da casa in questi tre settori ha interessato una quota relativamente alta di occupati (rispettivamente 19,8%, 10,9% e 22,1%). Nei servizi generali della PA il 56,5% potrebbe sperimentare il lavoro a distanza ma nel 2019 lo ha effettivamente utilizzato solo il 2,7%.

La situazione contrattuale

Sul fronte contrattuale dei 408mila lavoratori dipendenti che hanno utilizzato la propria abitazione come luogo principale o secondario di lavoro, l’8,2% ha un contratto di telelavoro e il 20,2% un accordo di smart working (0,5% degli occupati dipendenti) per un totale di circa 116mila persone. In entrambi i casi gli istituti sono riservati quasi esclusivamente ai lavoratori a tempo indeterminato, in gran parte (circa il 73 per cento) nel settore dei servizi.

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