L’INTERVISTA

Phygiwork, Guida: “Pronti a lanciare la sala riunioni nel metaverso”

Il Ceo della società diventata simbolo dell’hub working: “Nella nostra sede di Roma lavoriamo con un partner tecnologico per un simulation center. Sempre più richieste dalle grandi aziende di spazi personalizzati da dedicare ai loro dipendenti”

05 Set 2022

Antonello Salerno

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“Siamo impegnati in un progetto visionario con alcuni partner tecnologici, per trasformare una parte dei nostri locali in spazi di metaverso. Si tratterà, in pratica, di allestire una simulation room nella quale si potrà svolgere una riunione tra persone che sono in luoghi diversi, ma che potranno interagire attraverso i loro avatar proprio come se fossero fianco a fianco. Questo grazie all’utilizzo di visori Oculus e a un’avanzata piattaforma digitale”. A parlare è Roberto Guida, ceo di Phygiwork, società che fornisce uffici in affitto flessibili e attrezzati a Roma ad aziende, start-up e professionisti. In quest’intervista a CorCom Guida racconta il modello di business che contraddistingue Phygiwork e le nuove esigenze che stanno emergendo nel campo dello smart working dopo l’emergenza pandemica.

Guida, oggi parlare di hub working è meno “rivoluzionario” rispetto a quanto poteva sembrare soltanto due anni fa?

In questo periodo è cambiata la domanda, e con la domanda sono cambiati i modelli di business e le proposte dei competitor: al centro di tutto c’è il tema esperienziale. Phygiwork era nata come una costola di Copernico, che aveva deciso di espandere la presenza a Roma con un modello indiretto di presidio. A sua volta il modello di Copernico era ripreso e adattato da quello di Wework negli Stati Uniti, con una forte componente di integrazione digitale rispetto alla concorrenza. Si trattava di attrezzare dei building in cui poter ospitare insieme soggetti diversi e complementari, per ricreare il senso della contaminazione accelerativa che caratterizza ad esempio la Silicon Valley. Dando la possibilità di scambiare opinioni, competenze e capacità sinergiche, che contribuiscono alla nascita di modelli di innovazione sempre più spinta.

Il modello Wework, a sua volta, era l’upgrade di quello di Regus

Certo, perché se si vuole paragonare Regus a un albergo a tre stelle, Wework ha pensato a un’offerta da albergo a quattro stelle, o a quattro stelle superiore, che prevede possibilità di contaminazione tra le persone e le aziende che frequentano lo stesso building. L’obiettivo, anche nel modello di business inizialmente sposato da Phygiwork, è di valorizzare e fertilizzare le competenze incrociate, anche attraverso una knowledge platform che mette insieme in un unico sistema i bisogni dei soggetti che entrano nei building. Ma ci siamo accorti nel tempo che il problema di applicare questo modello in Italia è che la knowledge platform è estremamente difficile da realizzare, e che almeno inizialmente non viene percepita come un valore dagli utenti. Questo ha reso evidente la necessità di mettere in campo altre idee per rendersi “appetibili” e distintivi.

In cosa avete individuato questo valore aggiunto?

Nel nostro caso abbiamo voluto aggredire anche un altro mercato, che prima non era molto battuto: il servizio personalizzato per i clienti. Abbiamo pensato, in altre parole, di poter affiancare i clienti nei loro piani di trasformazione aziendale senza partire dalla knowledge platform, ma dal voler offrire loro un’esperienza a cinque stelle, con un account dedicato, un servizio di concierge, un vero servizio “all inclusive”, con tutto il supporto per qualunque necessità: dal noleggio di un’auto alla preparazione di un meeting. E ovviamente del pacchetto fa parte anche la possibilità di una forte personalizzazione degli spazi, aprendo la strada a un mercato nuovo e completamente differente da quello “tradizionale” dei professionisti e delle startup. Parliamo di grandi aziende, sempre più attente e alla ricerca di spazi diversi da quelli aziendali in cui allestire showroom o in cui mettere a disposizione dei dipendenti o dei manager postazioni per lo smart working o spazi per le riunioni al di fuori delle sedi tradizionali.

Come nasce l’idea di sperimentare questa possibilità?

Dopo l’emergenza pandemica il grosso delle richieste per i nostri spazi è arrivato dalle grandi imprese. E mentre le Pmi vogliono soprattutto il contenimento dei costi e la possibilità di fare engagement, le esigenze delle realtà più grandi sono diverse. Lo abbiamo sperimentato con Terna, che ci ha chiesto un modo per dare un’alternativa al lavoro da casa per lo smart working dei propri dipendenti. Lo scopo era di non lasciare i dipendenti a casa per due o tre giorni a settimana, ma metterli nelle condizioni di scegliere di lavorare in spazi personalizzati. Così lo smart working diventa hub working, senza costringere i dipendenti a raggiungere la sede aziendale, mettendo a loro disposizione lounge, sale riunioni, senza necessità di timbrare nessun cartellino. Uno spazio terzo rispetto alla dicotomia sede aziendale – casa che è interessante ed è stato apprezzato dall’azienda e dai dipendenti. E infine c’è anche un’altra opportunità che le aziende vogliono cogliere con questo modello: quella di poter tenere insieme i membri dei team di lavoro che da sponde aziendali diverse lavorano sugli stessi progetti, che si tratti di collaborazioni o che si tratti di forniture di servizi.

Qual è il senso dell’hub working, perché sta ottenendo successo?

Sento sempre più che le aziende stanno vivendo un problema enorme di abbandono – o di minaccia di abbandono – da parte dei dipendenti che non vogliono tornare più in ufficio o vogliono starci il minimo indispensabile, un paio di giorni a settimana al massimo. Di conseguenza, il problema dell’impresa medio-grande è di ripristinare una sorta di riconoscibilità attraverso forme diverse oltre la presenza fisica, e l’hub working va proprio in questa direzione.

Su quali strumenti puntate per dare il valore aggiunto dell’hub working ai vostri clienti?

Abbiamo definito tre aree da integrare che possono aumentare il valore dell’esperienza dei nostri hub worker. A iniziare dalla visualizzazione dei servizi di facility, con la possibilità di prenotare le sale e attrezzarle tramite una piattaforma digitale. Puntiamo a una sorta di tutor che assiste l’utente nella convocazione e nell’organizzazione di ogni meeting o di ogni riunione, facilitandone la user experience. Si tratta, in sostanza, di una digitalizzazione spinta dei processi. La seconda area è quella legata all’attività lavorativa in team: parliamo di employee relationship management, di un’interfaccia verso i singoli per gestire i contenuti delle riunioni, i dati e i documenti da mettere in condivisione, fino ad arrivare al metaverso che abbiamo citato all’inizio. E infine il well-being, con un’offerta che consenta di andare oltre quella convenzionale di welfare, ma che sia proattiva. Ad esempio, portando attraverso una sorta di navigazione intelligente ad avere accesso al booking di eventi, o a proposte commerciali in convenzione che possono interessare ai dipendenti.

A che punto siete nell’implementazione di questi progetti?

Abbiamo quasi concluso l’app che consente di gestire spazi, booking delle sale, format dell’evento o del meeting: in autunno arriverà la nuova release. Sull’interazione e la collaborazione stiamo lavorando e abbiamo messo in campo diversi test anche con alcuni partner di rilievo, fino ad arrivare alla misurazione della perfomance e alla gamification per motivare e incentivare il lavoro dei singoli e supportarei task di gruppo. Infine, sul wellbeing stiamo completando il disegno, e partiremo all’inizio del prossimo anno.

Che tipo di risposta state ricevendo dal mercato?

La risposta è ottima e “spintanea”, legata al nuovo atteggiamento dei dipendenti. E l’apertura che abbiamo verso le proposte dei clienti ci consente di recepire continuamente idee innovative: facciamo innovazione insieme ai nostri clienti, e questo ci dà la possibilità di proporre anche a terzi le innovazioni che hanno più successo.

Phygital workplace: Spazi, tecnologie, persone

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