INNOVAZIONE

Smart working, Inapp: “Più digitale contro il rischio isolamento”

Aumento della produttività, benessere dei lavoratori e taglio dei costi per le imprese i vantaggi evidenziati nel report dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche. Emergono anche forti criticità: occorre migliorare i processi facendo ricorso alle tecnologie e a una nuova organizzazione. Intelligenza artficiale chiave di volta, ma attenzione alla privacy

29 Set 2022

Patrizia Licata

giornalista

Inapp smart working

Lo smart working promosso a (quasi) pieni voti da datori di lavoro e  lavoratori: è quanto emerge dai nuovi studi di (Inapp), l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche. Per il 66% dei datori di lavoro incrementa la produttività e consente il risparmio dei costi di gestione degli spazi fisici, in particolare per le piccole imprese. Non solo, per il 72% dei datori di lavoro lo smart working aumenta il benessere organizzativo e migliora l’equilibrio vita-lavoro dei dipendenti.

Sul versante dei lavoratori, invece, è il miglioramento della qualità della vita ad essere particolarmente apprezzato. Per l’80% migliora l’organizzazione e la gestione degli impegni privati-familiari, per il 72% favorisce una maggiore autonomia rispetto a metodi, orari, ritmi, e luoghi di lavoro e soprattutto, il risparmio di tempo negli spostamenti (90%).

Non mancano le criticità: isolamento e difficoltà nelle relazioni con i colleghi sono le maggiori sia per le imprese che per i lavoratori.

Inapp ha presentato due nuovi report sul tema del lavoro agile: “Attualità e prospettive dello smart working. Verso un nuovo modello di organizzazione del lavoro?”, che analizza oltre 15mila interviste ad occupati (dai 18 anni) e a 5mila unità locali/imprese del settore privato extra agricolo (V Indagine sulla Qualità del lavoro), e “Verso lo smart working? Un’analisi multidisciplinare di una sperimentazione naturale”. I report sono stati illustrati nel corso della giornata di studi sullo smart working organizzata a Benevento dall’istituto di ricerca.

Proseguire sul cammino del lavoro agile con la digitalizzazione

“Bisogna evitare di riportare indietro le lancette dell’orologio”, ha affermato Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp. “Se con la pandemia il lavoro agile ha permesso la salvaguardia di molti posti di lavoro, adesso bisogna puntare a migliorarne i processi produttivi continuando a favorire la digitalizzazione e ad investire sulla organizzazione smart del lavoro, modalità che avvantaggia sia le imprese che i lavoratori, come emerge dalle due ricerche”.

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Smart working

Lo smart working può rappresentare “una soluzione anche per i problemi connessi all’elevato costo dell’energia e in prospettiva è destinato a riscrivere la geografia urbana dei nostri territori”, ha detto ancora Fadda. La sfida ora è “la messa a regime ottimale, valorizzandone le opportunità e superando i nodi critici. In questo senso il lavoro ibrido, con l’alternanza della prestazione in ufficio e da remoto durante la settimana, può rappresentare una soluzione efficiente per soddisfare sia le esigenze dei lavoratori che quelle delle aziende”.

Le disparità regionali e il rischio “isolamento”

Secondo il primo rapporto, sono state soprattutto le imprese del Nord Est (70%) a utilizzare lo smart working, molto più di quelle del Nord Ovest (53%) e del Centro (57%). Pur segnando il passo il Mezzogiorno raggiunge una quota del 30%.

Medie (63%) e grandi imprese (78%) registrano i valori più alti, ma anche la metà delle micro imprese lo ha utilizzato guarda avanti: il 31% di quelle con fino a 5 addetti ha investito in tecnologie e software a supporto delle attività smart e il 28% di quelle con 6-9 addetti, ha modificato a degli spazi di lavoro tradizionali.

Le potenziali criticità si registrano sul fronte dei rapporti umani: lo smart working non facilita i rapporti fra i colleghi e con i responsabili (per il 62% degli smartworkers e per il 43% delle imprese smart) e aumenta l’isolamento (per il 65% degli smartworkers e per il 49% delle imprese smart). Per il 55,3% dei lavoratori aumenta i costi fissi e per il 50,3% rende più difficile far rispettare i diritti, mentre il 31,6% delle imprese ha difficoltà con i nuovi modelli di leadership richiesti.

“Questo bilancio sul biennio trascorso”, ha commentato Fadda, “ci induce a tenere conto anche delle polarizzazioni emerse tra pubblico e privato, delle tipologie di imprese, ma anche dei marcati squilibri territoriali con, ad esempio, una quasi totale carenza nel Sud e nelle isole dello smart working quale indicatore di performance nella contrattazione aziendale relativa al premio di risultato delle imprese, che interessa solo il 3% delle imprese del Mezzogiorno rispetto a quasi il 50% delle imprese del nord-ovest e il 29% del nord-est. Eppure, il Mezzogiorno potrebbe beneficiare notevolmente della diffusione dello smart working, sia in termini di prestazioni lavorative svolte al Sud per imprese del Nord (il cosiddetto southworking”), sia in termini di ripopolazione delle aree interne.”

Il futuro: spazio all’intelligenza artificiale

Restano ancora da esplorare svariate potenzialità legate alle nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale e il machine learning, che stanno già mostrando di poter alimentare sviluppi in termini di maggiore efficacia delle attività lavorative, ma che presentano anche un lato oscuro legato alla privacy, alla protezione dei dati personali, o semplicemente a quella sensazione di sentirsi perennemente connessi o sotto controllo, come si legge ancora tra le conclusioni del secondo report.

L’impiego di tecnologie innovative (in parte già in corso) va dunque accompagnato da un’analisi dei rischi e dei benefici. Ma, sottolinea il report, “l’incontro con i progressi della computer science e, in particolare, con l’intelligenza artificiale sembra poter rendere lo smart working un’occasione per il conseguimento di obiettivi auspicabili da più punti di vista: metodi innovativi per l’analisi, l’organizzazione e la reingegnerizzazione dei processi aziendali; nuove soluzioni per il management e la valorizzazione delle risorse umane; approcci inediti alla progettazione dei percorsi di formazione della forza lavoro e al miglioramento delle performance”.

Le applicazioni di Ai destinate ad avere maggior impatto sul mondo del lavoro sono quelle basate su forme di apprendimento automatico come comprensione del linguaggio naturale e analisi del testo; algorithmic decision making; riconoscimento di immagini, volti e video; modelli predittivi e agenti conversazionali (chatbot).

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