Covid-19, il 73% dei giornalisti si è imbattuto in fake news. Dito puntato sui social - CorCom

OSSERVATORIO AGCOM

Covid-19, il 73% dei giornalisti si è imbattuto in fake news. Dito puntato sui social

Quasi due terzi dei redattori ha adottato pratiche di debunking ma solo 1 su 5 ha prodotto articoli di fact-checking per “stanare” le bufale

24 Nov 2020

Patrizia Licata

giornalista

Durante l’emergenza Covid-19 i tre quarti dei giornalisti italiani (73%) si sono imbattuti in casi di fake news: il 78% di questi almeno una volta a settimana, mentre il 22% addirittura una volta al giorno. La maggior parte della disinformazione ha viaggiato su fonti online non tradizionali (social, motori di ricerca, sistemi di messaggistica). È quanto emerge dall’ultimo Rapporto dell’Osservatorio sul giornalismo, “La professione alla prova dell’emergenza Covid-19”, approvato all’unanimità dal Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom), che ha deciso di dare il via ad una consultazione pubblica per far luce sulle reali condizioni del lavoro giornalistico.

L’Autorità avvierà quindi incontri con il sottosegretario per l’informazione e l’Editoria e con gli stakeholder per raccogliere proposte e intraprendere un confronto sulle principali problematiche del giornalismo, anche al fine di sviluppare indicazioni utili al legislatore ed avanzare proposte al governo con l’obiettivo di tutelare e rinnovare l’informazione giornalistica in Italia.

Il difficile compito di debunker

Quasi due terzi (63,5%) dei giornalisti dichiara di aver adottato pratiche per individuare e analizzare notizie false riguardanti l’emergenza Covid-19. Il 62% diquesti ha usato strumenti digitali per verificare video/immagini/audio/meme falsi, ma solo 1 su 5 ha prodotto articoli di fact-checking, solo 1 su 10 ha fatto live fact-checking durante conferenze stampa o discorsi pubblici, e solo 1 su 20 è stato coinvolto in campagne di media literacy volte ad aiutare i cittadini a identificare casi di disinformazione.
In un delicato momento in cui i cittadini devono essere accompagnati da voci esperte, i giornalisti non sono pienamente riusciti, se non in alcuni ma significativi casi, ad assumere un ruolo di debunker e certificatori delle notizie di qualità, si legge nel Rapporto Agcom, lasciando alle istituzioni pubbliche e agli esperti il complesso compito di filtrare, selezionare e decodificare correttamente conoscenze e notizie di interesse collettivo.
Se le istituzioni nazionali e regionali/locali e le istituzioni e le personalità del mondo scientifico, a cui sia i giornalisti sia i cittadini possono accedere allo stesso modo, rimarranno, anche dopo il periodo segnato dalla pandemia, il principale snodo informativo su un numero rilevante di questioni di interesse collettivo, e se gli stessi giornalisti non riusciranno a dotarsi di competenze digitali e specialistiche utili a esercitare un maggior controllo sull’intero circuito dell’informazione (edella disinformazione), il ruolo di mediazione storicamente esercitato dai professionisti dell’informazione fin dalla nascita della sfera pubblica occidentale rischia di essere messo in discussione, si legge nello studio.

Le fonti dei giornalisti tra Covid e digitale

Il Rapporto Agcom, giunto alla terza edizione, punta i riflettori sulla drammatica sfida imposta dalla pandemia alla professione giornalistica, analizzata attraverso un’indagine ad hoc che ha coinvolto la scorsa estate i professionisti dell’informazione: è emerso che, per l’attività lavorativa prevalentemente svolta a distanza a causa del lockdown, quasi 9 giornalisti su 10 hanno fatto ricorso a fonti istituzionali piuttosto che a riscontri diretti.

Al di là dell’emergenza Covid, le fonti giornalistiche tradizionali (fonti dirette e fonti interne alla redazione) restano le più utilizzate, seguite dall’ampio insieme delle fonti digitali (che comprende social network, blog, enciclopedie online, testate native digitali, e strumenti innovativi quali open data e siti di fact-checking.

In sintesi, i giornalisti italiani (indifferentemente rispetto all’età) tendono a usare più fonti, di diverso tipo, ma sono meno interessati a fonti di tipo innovativo (es. open data e fact-checking).

Social network e coinvolgimento dei cittadini

Più di due terzi dei giornalisti presenti sui sociali per fini lavorativi (68,4%) ha evidenziato durante la pandemia un coinvolgimento maggiore del pubblico sulla propria pagina o su quella della testata, a testimonianza di una maggiore partecipazione dei cittadini al flusso informativo sul Covid-19. Inoltre, il 40% dei giornalisti attivi sui social network ha ricevuto più feedback. Circa un quarto ha ricevuto più testimonianze e contenuti (video, foto, ecc.) e segnalazioni relative a eventi e fatti degni di copertura giornalistica, a testimonianza di una partecipazione diretta del cittadino al ciclo di produzione delle notizie nel periodo emergenziale. Sul lato opposto, un numero non ampio ma significativo di giornalisti presenti sui social network per motivi lavorativi (il 13%) ha riscontrato un aumento di minacce e commenti offensivi in quella sede da parte di cittadini rispetto al periodo precedente la pandemia.

Il nodo delle competenze digitali

Il 18% dei giornalisti italiani risulta dotato di un basso livello di competenza digitale, mentre solo il 19% si trova a livello medio-alto o alto (raggiunto appena dall’1% dei professionisti dell’informazione). In ogni caso, più di un terzo dei giornalisti (35%) mostra un livello di competenza digitale classificabile come medio, al di sotto del quale si trova però quasi la metà della popolazione giornalistica (46%).

Sono in particolare gli over 55 a presentare un livello di competenza digitale nettamente inferiore a quello medio dei giornalisti e  i giornalisti che lavorano per quotidiani e per le testate native digitali presentano in media un grado più alto di competenza digitale.

L’ascesa dello smartphone e della messaggistica

Analizzando il possesso di device tecnologici utilizzati per l’attività giornalistica, l’ultima rilevazione testimonia la forte ascesa dello
smartphone, strumento di lavoro ormai indispensabile per l’attività giornalistica che viene utilizzato dal 77% dei giornalisti (percentuale oramai analoga a quella del pc desktop). Lo smartphone è il simbolo della convergenza
produttiva, per la sua capacità di integrare l’editingdi testi e le immagini (foto e video) con la connessione al web, e quindi alle piattaforme online (social network, motori di ricerca) e ai sistemi di messaggistica istantanea (WhatsApp, Telegram,…).
Tra gli strumenti online, i giornalisti italiani utilizzano quotidianamente soprattutto motori di ricerca (76%), sistemi e servizi di messaggistica istantanea (56%, unica voce in forte crescita rispetto alla precedente edizione) e Facebook (41%). Mentre Twitter risulta in calo rispetto alla precedente rilevazione, non è ancora emerso in maniera evidente l’utilizzo di altri social network per fini giornalistici, In coda alla graduatoria degli strumenti online più utilizzati dai giornalisti si trovano feed RSS e blog, utilizzati solo dal 6% della popolazione giornalistica.
Resta limitata la quota di giornalisti che ha dichiarato di svolgere attività tipicamente connesse al web journalism o comunque propriamente collegabili all’uso di Internet e di mezzi e strumenti digitali, come le infografiche e il data journalism, le attività di web analytics, l’aggregazione di notizie e la creazione di snippets, il social media management e la scrittura per il web (web content generico e attività di blogging): solo il 28% dei giornalisti ne svolge infatti almeno una regolarmente.

I gatekeeper e i rischi per le testate

Le principali testate native digitali prese in considerazione dal Rapporto Agcom appaiono dipendere maggiormente dal ruolo di gatekeeping delle due principali piattaforme online, Google e Facebook. L’importanza dell’accesso tramite Google, in rapporto all’accesso diretto, accomuna tutte le testate (versioni online di quotidiani e tv, così come testate native digitali), mentre la rilevanza dell’accesso tramite Facebook, in rapporto all’accesso diretto, varia tra siti di testate tradizionali e testate digitali.

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La consultazione pubblica di Agcom

Quanto alla consultazione che parte oggi, è articolata in otto quesiti strutturati per macroaree e costruiti sulla base delle criticità emerse: accesso alla professione, profili contrattuali e remunerazione del lavoro giornalistico; percorsi formativi e di accesso alle redazioni; competenze digitali e specialistiche dei giornalisti; nuove forme di produzione e diffusione delle notizie; strumenti di contrasto alla disinformazione e alle fake news; pluralismo dell’informazione e criticità dell’informazione locale; tutela del diritto d’autore; minacce alla professione e problematiche connesse alla rappresentatività di genere (due temi che saranno oggetto di specifici  prossimi approfondimenti da parte dell’Autorità).

Pur con importanti eccezioni, si è registrata una generalizzata difficoltà delle redazioni a misurarsi tecnicamente con linguaggi e specifiche esigenze dell’informazione di carattere medico-scientifico, “delegando” di fatto a istituzioni ed esperti il compito di informare direttamente i cittadini, nonché di certificare autorevolezza e qualità dell’informazione in materia.

Sullo stato di salute della professione risultano confermate e consolidate le dinamiche già individuate nelle due precedenti edizioni: progressivo invecchiamento dei giornalisti; diffusa precarizzazione; insoddisfacente preparazione specialistica in particolare sui temi economici, scientifici e tecnologici; crescente ibridazione della professione giornalistica strettamente intesa, con attività professionali attinenti al campo della comunicazione. Il tutto in una perdurante crisi di identità e ruolo della professione, entro il quadro più ampio di forti difficoltà dell’editoria.

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