Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Diritto all’oblio, Microsoft detta i tempi. Sei mesi per cancellare i dati

Dopo le richieste della Ue annunciata la nuova policy per il trattamento delle informazioni online

19 Gen 2010
Dalle parole e i moniti, quelli più volte giunti dalla
Commissione Europea e dall’organo Ue per la riservatezza,
l’Article 29 Data Protection Working Party, si passa ai fatti.
Microsoft ha infatti annunciato l’intenzione di ridurre a sei
mesi il periodo di conservazione dei dati derivanti dalle
ricerche compiute tramite Bing.

E’ un importante passo avanti per la privacy online, e pareva
quasi scontato che fosse Microsoft a compierlo prima di tutti gli
altri. Proprio Redmond un anno fa aveva sollevato il problema,
chiamando in causa anche Google e Yahoo, e proponendo di
diminuire il periodo di conservazione dei dati e fornire agli
utenti maggiore sicurezza e privacy nella navigazione.

Nel comunicato Microsoft rivendica una policy già
all’avanguardia nella difesa della privacy: difatti non appena
Bing riceve una search query, subito i dati della persona vengono
deidentificati separandoli dall’account. Dopo 18 mesi viene poi
cancellato l’indirizzo Ip, e con esso il cookie anonimo e
qualsiasi altro ID delle sessioni di ricerca legato in qualche
modo alla query. La politica, annuncia Redmond, resterà
sostanzialmente la stessa, salvo la cancellazione
dell’indirizzo Ip che scatterà solo 6 mesi dopo la ricerca. La
nuova policy sarà operativa entro 12-18 mesi.

“Questo cambiamento  – recita il comunicato di Microsoft –
è il risultato di un numero di fattori che includono una
continua valutazione dei nostri bisogni di mercato e il nostro
continuo dialogo con i difensori della privacy, i gruppi di
consumatori ed i regolatori della privacy, incluso l’Article 29
Working Party”

Eppure ogni motore di ricerca ha mille buone ragioni per
conservare i dati. Studiare i trend permette di migliorare la
qualità dei risultati della ricerca, proteggere contro le frodi
e conservare un business sicuro. “Ma la privacy del consumatore
può e deve essere preservata, e da parte nostra cercheremo di
assicurare l’equilibrio ed il mantenimento di entrambi gli
obiettivi”, afferma il comunicato che si chiude con un applauso
all’Article 29 Working Party per le linee guida dettate e per
il dialogo che sta stimolando su un tema di grande importanza.

LinkedIn

Twitter

Whatsapp

Facebook

Google+

Link