Facebook, dati personali al mercato nero - CorCom

Facebook, dati personali al mercato nero

Informazioni personali di milioni di utenti passate ai “broker” dei dati in Rete, denuncia il Wall Street Journal. L’azienda guidata da Mark Zuckerberg: incidenti tecnici involontari. Verranno sospese le applicazioni al centro dell’accusa

18 Ott 2010

La maggior parte delle applicazioni di Facebook trasmettono
informazioni personali a decine di aziende pubblicitarie e società
di monitoraggio sul web. Lo denuncia un'inchiesta del Wall
Street Journal. Il problema riguarda decine di milioni di utenti di
Facebook (nel mondo dei 500 milioni) e tutte e dieci le
applicazioni più utilizzate, da Farmville (di Zynga) al Poker
Texas Holdem, fino a Mafia Words. “Un’esagerazione” replica
Facebook che avverte che in ogni caso sta provvedendo a impedire
ogni “fuga” di dati che possa inavvertitamente verificarsi.

Il problema, si legge nell'inchiesta, colpisce anche gli utenti
che impostano in maniera più rigida i criteri di privacy per
l'accesso al profilo. La pratica viola le regole di privacy
impostate e ripropone gli interrogativi sulla capacità di Facebook
di tenere al sicuro i dati sulle attività degli utenti. Il
problema è legato all'aumento delle società di banche dati
sulle persone che vengono monitorate online. Non è chiaro, scrive
il Wall Street Journal per quanto tempo la privacy è stata
violata, ma ieri un portavoce di Facebook ha detto che il social
network sta provvedendo a "limitare drasticamente"
l'esposizione delle informazioni personali degli utenti. Nessun
commento da Zynga, società produttrice del popolare Farmville.

In discussione gli User Ids, numeri identificativi che vengono
assegnati a ogni utente, utilizzati per la ricerca del nome e che
possono rivelare età, luogo, tipo di occupazione, foto a seconda
dell’impostazione della privacy. Secondo Facebook gli
sviluppatori non possono rivelare informazioni personali alle
agenzie pubblicitarie o agli intermediatori di dati: in caso
contrario i loro account vengono disabilitati. “Nella maggior
parte dei casi gli sviluppatori non intendono passare questo tipo
di informazioni – dice Mike Vernal, ingegnere di Facebook – ma
spesso lo fanno accidentalmente per motivi tecnici”.

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