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L'EDITORIALE

Password di Stato, la sterile polemica che non fa bene al digitale italiano

Gli attacchi sui social al ministro Paola Pisano sono il sintomo della scarsa conoscenza delle potenzialità di Spid, l’identità digitale che ancora fatica a decollare. E il polverone alzato sulla privacy e sul “controllo” dei cittadini devia l’attenzione dalle questioni vere

07 Gen 2020

Mila Fiordalisi

Direttore

Una polemica tanto per fare polemica. Come da copione ormai. Scatenatasi sui social a seguito di un intervento del ministro dell’Innovazione e del Digitale Paola Pisano durante una trasmissione radiofonica. Tema: l’identità digitale – in gergo tecnico lo Spid, Sistema Pubblico di identità digitale – e la possibilità, intesa quale ipotesi su cui ragionare, di un possibile utilizzo del sistema anche per l’accesso a servizi privati oltre che a quelli pubblici. Tanto è bastato a sollevare un polverone tale da “costringere” il ministro a un chiarimento: “Una, semplice, universale, sicura. Per usare i servizi pubblici e privati ma senza che lo Stato o le aziende accedano a informazioni sull’utilizzo che i cittadini ne fanno”, ha spiegato il ministro in un lungo post su Linkedin in cui si fa anche il punto su cos’è Spid, a cosa serve e sulle novità prossime venture.

È sul controllo dei cittadini da parte dello Stato che sui social sono rimbalzati a catena commenti e insulti. E non sono mancati i rappresentati del mondo politico che hanno accusato il ministro di “ignoranza, di una proposta da “regime totalitario”, di voler replicare in chiave pubblica la piattaforma Rousseau, invitandola persino a dimettersi. Che la questione della privacy e della tutela dell’identità digitale siano determinanti è evidente a tutti. Ma di qui a scatenare un processo alle intenzioni nonché allarmismi ingiustificati e pretestuosi – questi sì in toni “da regime” – è la dimostrazione di un clima politico oramai votato alla polemica sterile nonché di una scarsa conoscenza delle tematiche in ballo da parte dei cittadini-utenti della Rete e anche dei rappresentanti delle istituzioni.

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Il mancato decollo dell’identità digitale in Italia paga lo scotto, oltre che di modalità attuative farraginose, anche e soprattutto della mancanza di una visione “trasversale” e “alta” che eviti il ritorno alla casella di partenza a ogni nuovo governo. Il digitale non è né di destra né di sinistra, e la stretta collaborazione di tutte le parti in causa non solo è auspicabile, se si vuole davvero il bene del Paese, ma necessaria. E invece ci si ritrova tutte le volte a puntare il dito contro questa o quella proposta in un dibattuto dai toni distruttivi e non costruttivi, in cui l’hate speech e le fake news prevalgono sul buon senso e sulle azioni. E in quanto alla tutela della privacy e alle delicate questioni che andranno sempre più affrontate l’appello al governo e al parlamento è che si acceleri sulle nomine del nuovo Garante, nel limbo ormai da sei mesi, così come su quelle dell’Agcom.

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