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Romani bacchetta Calabrò: non mi ha consultato

Il viceministro alle Comunicazioni esprime “rammarico” per le critiche rivolte dal presidente di Agcom al decreto:  sarebbe stato “doveroso” un confronto con il governo “prima di prendere una posizione ufficiale”. E sul dl annuncia marcia indietro sulle quote di investimento destinate all’ audiovisivo

02 Feb 2010

“Rammarico” da parte del viceministro alle Comunicazioni Paolo
Romani, per i
rilievi
mossi dal presidente dell'Agcom, Corrado Calabrò,
al decreto che recepisce la nuova direttiva Ue in materia di
internet e tv. Nel suo intervento di oggi alle Commissioni
Trasporti e Cultura della Camera, Romani ha stigmatizzato “i
toni, spesso accesi”, di Calabrò e ha sottolineato che, sarebbe
stato “doveroso” un confronto con il governo “prima di
prendere una posizione ufficiale”.

“Come governo – ha aggiunto Romani – abbiamo sempre rispettato
l'Autorità, il suo compito di organismo di garanzia
indipendente e la sua competenza. In questo anno e mezzo abbiamo
lavorato con spirito collaborativo e costruttivo, nel rispetto
delle rispettive competenze e, anche in questa vicenda, se avesse
prevalso questo spirito di collaborazione, si sarebbero potuti
evitare molti dei rilievi formulati. Un'interlocuzione
preventiva con il governo prima di prendere una posizione ufficiale
la ritengo infatti non solo auspicabile, ma in molti casi
doverosa”.

Romani ha anche respinto le osservazioni dell'Agcom “che
inopinatamente accostano l'intervento del governo a regimi
autoritari”, in particolare per quanto riguarda le norme del
decreto relative a internet.

Entrando nel merito delle critiche sollevate anche da Calabrò
sulle nuove regole per Internet, Romani si è detto in disaccordo
in particolare “sul fatto che l'Italia possa essere
paragonata a sistemi autoritari come la Cina. Non abbiamo nessuna
intenzione di avvicinare il Paese a modelli di questo tipo”.
“La direttiva Ue – ha spiegato il viceministro – assimila le web
tv e il live streaming alla televisione: se il discorso di Obama
viene trasmesso in diretta via web, per fare un esempio, è da
considerarsi un programma televisivo”.

Per Romani, “è frutto di un malinteso affermare che il governo
voglia censurare Internet. L'unico problema che abbiamo posto
riguarda lo sfruttamento commerciale di video realizzati da terzi e
resi disponibili on demand: riteniamo che questo tipo di servizio
debba essere assimilato al video on demand tradizionale”.

Quanto alla cosiddetta “autorizzazione generale” ai siti
Internet, “che ha fatto gridare allo scandalo – ha concluso il
viceministro – si tratta della possibilità di revoca
dell'inizio attività che viene affidata al governo, sulla base
di un regolamento stabilito dall'Autorità nel caso in cui non
vengano rispettati i requisiti amministrativi”.

A margine della riunione delle commissioni Trasporti e Cultura
della Camera, Romani ha annunciato che  il governo è pronto a
fare marcia indietro su alcune norme del decreto. In particolare,
c'è la disponibilità a ripristinare la  formulazione
originaria del Testo unico della radiotelevisione sulle quote di
investimento destinate al settore audiovisivo e, ''in
qualche modo'', anche le disposizioni sui diritti residuali
da corrispondere ai produttori tv. ''Aspettiamo
naturalmente il parere delle commissioni competenti – ha spiegato
Romani – ma siamo d'accordo a modificare il testo in modo che
vengano sostanzialmente ripristinate le quote e le sottoquote
previste dall'articolo 44 del Testo Unico''.

Le quote torneranno nel testo del decreto  alla versione
originaria ''sia in termini di orario di  trasmissione che
di ricavi in base ai quali calcolarle'', ha  spiegato
Romani, e cioè il 10% dei ricavi delle emittenti (il 15% per la
Rai, norma definita però nel contratto di servizio, ha ricordato
il viceministro). ''Anzi – ha aggiunto – al monte sul quale
calcolarle aggiungeremo anche voci che oggi non ci sono''.
Le sottoquote per il cinema italiano saranno invece affidate a un
successivo regolamento.  Sui diritti residuali che i broadcaster
corrispondono ai  produttori ''c'è un'apertura –
ha detto ancora il viceministro – a ripristinarli in qualche modo,
in base a una formula che valuteremo''.

Secondo il Pd, però, le modifiche non bastano. “''Resta
la stretta sul web prevista dal decreto sulla tv e il viceministro
dovrebbe ascoltare i rilievi mossi dall'Agcom anziché
criticar”, sottolinea in una nota Paolo Gentiloni, responsabile
comunicazioni del Pd -. Le modifiche annunciate non cambiano la
gravità della stretta prevista per Internet. Pur annunciando
qualche passo avanti, seppur ancora insufficiente, su cinema e
fiction, il viceministro alza i toni della polemica con Agcom. Ma
invece di polemizzare, il governo dovrebbe accogliere le critiche
dell'Authority che ha definito le nuove regole per il web
'un unicum nel mondo occidentale'. “Mi auguro – conclude
Gentiloni – che il confronto parlamentare induca il governo ad
ascoltare il coro di voci critiche verso il decreto. E che non
confermi il sospetto che tanta ostinazione sia volta a favorire
interessi  televisivi in competizione con Internet''.

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