IL CASO

TikTok nel mirino dei social cinesi: “Ha ceduto a Washington”

Pioggia di critiche in patria dopo l’avvio delle trattative per la vendita delle operazioni Usa a Microsoft. Il ceo Zhang si difende: “Situazione complessa, l’obiettivo di Trump è vietare TikTok”. Interviene anche Pechino: gli Usa violano “i principi di mercato”

04 Ago 2020

Patrizia Licata

giornalista

Gli utenti dei social media cinesi si scatenano contro ByteDance, l’azienda proprietaria della popolare video app TikTok: le trattative in corso con Microsoft per la vendita delle attività statunitensi al colosso del software, con l’avallo di Donald Trump, ha provocato un’ondata di critiche contro l’azienda cinese, accusata di aver rapidamente ceduto alle pressioni americane. Alcuni utenti di Douyin, la versione cinese di TikTok, e di altri servizi di ByteDance si sono addirittura detti pronti a disinstallare le app.

Il fondatore e ceo di ByteDance, Zhang Yiming, è ricorso a una lettera ai dipendenti, poi divulgata anche dai media cinesi e ripresa da Reuters, in cui cerca di chiarire il caso. Il top manager afferma che i social cinesi hanno “male interpretato” la situazione di TikTok negli Stati Uniti; anzi, TikTok potrebbe trovarsi a fronteggiare ulteriori difficoltà se all’estero si diffonde l’ostracismo contro le aziende cinesi.

“Crociata di Trump” contro TikTok

“Capisco le critiche, le persone si aspettano molto da un’azienda fondata da un imprenditore cinese che si espande su scala globale, ma non hanno informazioni per valutare”, ha scritto Zhang.

Il fondatore di ByteDance ha aggiunto che l’obiettivo di Washington non è di forzare la vendita delle attività americane di TikTok, ma di mettere al bando la app seguendo le indicazioni della Commissione sugli investimenti esteri negli Usa (Cfius) e che c’è una procedura legale che ByteDance deve obbligatoriamente seguire.

Nei giorni scorsi Trump si era detto pronto a mettere al bando TikTok per ragioni di “sicurezza nazionale” a causa dei dati personali che il social gestisce. Appena Microsoft ha manifestato l’intenzione di comprare l’app cinese per darle una nuova veste americana, il presidente si è scagliato anche contro il colosso nazionale del software. Tuttavia, dopo un’opportuna telefonata con il ceo di Microsoft Satya Nadella, il presidente ha concesso un via libera all’operazione a condizione che le due parti trovino un accordo entro 45 giorni.

Zhang ha ribadito che nel mondo è cresciuto il sentimento di diffidenza verso la Cina e questo complica le attività cinesi all’estero.

Pechino: “Violati i principi del Wto”

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Sul caso è intervenuto anche il governo di Pechino: la Cina, tramite un portavoce del ministero degli Esteri, ha accusato gli Stati Uniti di “intimidazione pura e semplice” dopo che Trump ha affermato che l’unica alternativa alla messa al bando di TikTok in America è la sua acquisizione da parte di un’azienda Usa.

Trump si è spinto oltre, dichiarando che il governo americano dovrebbe ricevere un pagamento per l’autorizzazione all’ acquisto. “Se la acquisti … una parte molto consistente di quel prezzo dovrà entrare nelle casse del ministero del Tesoro Usa perché stiamo rendendo possibile l’accordo”, ha affermato il presidente americano in conferenza stampa alla Casa Bianca. “In questo momento non hanno alcun diritto a meno che non glielo diamo noi”, ha aggiunto Trump riferendosi alle trattative in corso tra Microsoft e TikTok autorizzate dopo la conversazione avuta con Nadella.

TikTok sarà bloccato negli Usa il 15 settembre “a meno che Microsoft o un altro gruppo americano non sia in grado di rilevarlo e trovare un accordo”, ha detto Trump.

“È un’azione che va contro i principi del mercato e quelli di apertura, trasparenza e non discriminazione del Wto”, ha replicato Pechino.

Escalation nella trade war?

L’eventuale acquisizione potrebbe anche intensificare le tensioni nelle già complesse relazioni commerciali e politiche tra Stati Uniti e Cina.

Bloomberg ha sottolineato che la vicenda TikTok potrebbe assumere un’importanza che va ben oltre l’operazione in sé, perché potrebbe dimostrarsi un clamoroso caso di ingerenza dell’amministrazione Usa nelle decisioni di mercato di un’azienda privata e anche un colpo al processo di globalizzazione.

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