LA DECISIONE

Zoom blocca gli account Usa degli attivisti cinesi: avevano commemorato Tienanmen

Coinvolto dal blocco il creatore di “Humanitarian China”, Zhou Fengsuo. Il provvedimento è stato adottato per non consentire i collegamenti dalla Cina, in violazione delle norme locali. Ma presto i profili saranno riattivati

12 Giu 2020

Antonio Dini

Zoom ha chiuso gli account di un gruppo molto noto basato negli Stati Uniti di attivisti cinesi, dopo che hanno creato un evento per commemorare il trentunesimo anniversario del massacro di Piazza Tienanmen. Zoom ha confermato che gli account sono stati chiusi “perché non erano in regola con la normativa locale”, cioè cinese.

“Come qualsiasi altra azienda globale – ha scritto in un comunicato Zoom – dobbiamo rispettare le leggi applicabili nelle giurisdizioni in cui operiamo. Quando si tiene una riunione in diversi Paesi, i partecipanti all’interno di tali Paesi sono tenuti a rispettare le rispettive leggi locali. Il nostro obiettivo è limitare le azioni che intraprendiamo a quelle necessarie per conformarsi alle leggi locali e rivedere e migliorare continuamente il nostro processo su tali questioni. Stiamo riattivando l’account con sede negli Stati Uniti».

L’evento online che ha portato alla chiusura del suo account è stato organizzato Zhou Fengsuo, fondatore della organizzazione non profit americana Humanitarian China ed ex leader delle proteste del 1989. L’evento si è tenuto utilizzando un account pro (a pagamento) di Zoom intestato alla organizzazione non profit. All’evento hanno partecipato circa 250 persone: tra i relatori c’erano alcune delle madri degli studenti uccisi durante la repressione della protesta e gli organizzatori di una veglia della vigilia con sede a Hong Kong.

A partire dai primi di giugno l’account della Humanitarian China è stato chiuso e l’attivista non è più stato in grado di utilizzarlo. Anche un secondo account americano di un altro attivista pro-democrazia, Lee Cheuk Yan, un ex politico di Hong Kong, è stato chiuso nello stesso periodo.

“Siamo indignati – ha detto Zhou – da questo atto di Zoom, che è una società statunitense e non cinese. Essendo il software per riunioni più popolare in tutto il mondo, Zoom è essenziale come strumento di divulgazione non censurato per il pubblico cinese che ricorda e commemora il massacro di Tiananmen durante la pandemia di coronavirus”.

Nelle prime settimane della pandemia di coronavirus, quando l’utilizzo del servizio di Zoom è esploso, l’azienda era finita sotto osservazione per le sue pratiche di sicurezza e di gestione degli account non ottimali.

La seconda questione che però è diventata rilevante è stata quella relativa all’uso di sviluppatori e datacenter in Cina per scrivere il codice del programma e per gestire il traffico dati delle videoconferenze. Una posizione che esponeva il fondatore di Zoom, il miliardario cinese naturalizzato americano Eric Yuan, alle critiche relative al modo con il quale vengono gestiti contenuti ritenuti sensibili dal governo cinese. Il governo di Taiwan, il Senato americano e il ministero degli Affari Esteri tedesco sono alcuni degli enti che hanno deciso di vietare o ridurre fortemente l’uso di Zoom da parte del proprio personale per ragioni di sicurezza.

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