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IL CASO

Android, i dilemmi della Commissione Ue nell’indagine antitrust

Bruxelles chiamata a esprimersi sulle presunte violazioni delle leggi sulla concorrenza del sistema operativo per smartphone di Google. Ma se usasse la mano pesante potrebbero riaccendersi le polemiche con gli Usa. L’analisi di Valeria Falce e Matteo Padellaro

28 Giu 2018

Valeria Falce

Università Europea di Roma

Matteo Padellaro

Associazione Antitrust Italiana

Sono trascorsi quasi quindici anni da quando la Commissione europea ingaggiò un memorabile duello con Microsoft imputandole di aver abusato del suo potere di mercato.

Sul terreno del contendere il rifiuto di condividere con i rivali i codici sorgente di Windows, di fatto l’unico sistema operativo dell’epoca, e al tempo stesso i disincentivi per gli assemblatori dei pc di abbinare ad esso software di riproduzione di filmati e audio diversi da Windows Media Player.

Il gigante di Redmond fu sanzionato severamente e la polemica montò in modo acceso: alle cronache passò il j’accuse della intera comunità antitrust di oltreoceano, schierata contro la Commissione, rea di salvaguardare i concorrenti invece di focalizzarsi sul proteggere il meccanismo concorrenziale nella prospettiva del benessere dei consumatori (il motto recitava “we protect competition, you protect competitors”).

Un’era tecnologica dopo (o forse due), la Commissione è tornata all’attacco per mettere nel mirino Google e i suoi comportamenti relativi al sistema Android, il programma operativo più diffuso per gli smartphone.

Tra le varie contestazioni provenienti da Bruxelles, si addebita a Google di non lasciare alternative agli assemblatori di smartphone: se intendono arricchire gli apparecchi con gli strumenti sviluppati da Google (come Google Maps o soprattutto Google Play, il negozio online ufficiale per scaricare applicazioni Android) sono costretti a installare l’intero bouquet di applicazioni Google, incluso il browser Chrome ed il suo motore di ricerca Google Search, e assicurare a queste ultime una maggiore visibilità (in termini di posizionamento sul display o di operatività di default). In sintesi, per la Commissione sarebbe concreto il rischio che Google si stia riservando dei vantaggi, facendo leva sulla popolarità delle sue applicazioni, per scoraggiare o rendere più difficile l’accesso a operatori rivali, interessati a sviluppare e diffondere sistemi operativi o applicazioni alternative.

Facile pronosticare che la imminente decisione della Commissione, se di condanna come da previsioni, riporterà in auge l’antico refrain.

Ma stavolta per la Commissione difendersi dall’accusa di non essere guidata dagli interessi dei consumatori finali potrebbe rivelarsi tremendamente difficile, specie agli occhi dei non addetti ai lavori.

Questo perché l’indagine in corso rischia di essere percepita come una riedizione del caso Microsoft, ma con alla base un contesto di fatto profondamente diverso, e per certi versi addirittura opposto, almeno sotto tre profili fondamentali.

Primo, Android, il sistema operativo a cui le applicazioni sviluppate da Google sono dedicate, a differenza di Windows, non ha monopolizzato il mercato: basti pensare ai terminali telefonici di Apple che utilizzano hardware e software diversi basati sul sistema proprietario Apple iOS, e non solo.

Secondo, Android è un protocollo open source, libero e gratuito: i “codici sorgente” sono per definizione disponibili a chiunque intenda sviluppare programmi e applicazioni alternative a quelle ideate da Google, e il mercato sotto questo profilo è percepito, nel sentire comune, come particolarmente dinamico e innovativo.

Terzo, a differenza del caso Microsoft, non necessariamente ci sono ostacoli all’affiancamento di altre applicazioni concorrenti sul sistema operativo: gli assemblatori di smartphone se decidono di installare il bouquet Google hanno spesso facoltà di includere applicazioni sviluppate da terzi sul terminale, e soprattutto i consumatori finali sono altrettanto liberi, una volta acquistato il terminale, di effettuare il download delle app che più gradiscono.

Memori della storia, c’è da scommettere che a Bruxelles non si faranno trovare impreparati, ma dovranno prestare attenzione anche al fuoco amico.

A titolo di esempio, è di qualche giorno fa la pubblicazione di uno Studio del Parlamento Europeo sull’App Economy che restituisce un quadro, a prima vista, tutt’altro che allarmante sotto il profilo concorrenziale: per le proiezioni di Bruxelles  nel 2021, ossia in soli tre anni, gli utilizzatori di app supereranno i 6 miliardi, il valore del mercato si quintuplicherà, raggiungendo i 6 mila miliardi di dollari e le abitudini di consumo per acquisti on line attraverso app cambieranno, con un incremento più che triplicato della spesa media pro capite.

Insomma, concludendo, un quadro rassicurante dal punto di vista concorrenziale che sembra difficilmente conciliabile con le istanze interventiste della Commissione e la mano pesante che si preannuncia sotto il profilo sanzionatorio.

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