Google-Facebook, negli Usa il cerchio si stringe: 10 Stati fanno causa per "monopolio" nelle ads - CorCom

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Google-Facebook, negli Usa il cerchio si stringe: 10 Stati fanno causa per “monopolio” nelle ads

BigG accusata di accordi illeciti con il social network per preservare la posizione dominante. Alla lista degli accusatori si aggiunge il Texas. Obiettivo: ottenere un risarcimento dei danni e l’imposizione di “rimedi”, fino allo scorporo delle attività. Intanto gli editori online preparano la class action

17 Dic 2020

Patrizia Licata

giornalista

È ufficiale: anche il Texas, più altri nove Stati Usa, hanno fatto causa a Google per questioni antitrust. L’azione legale si fonda sull’accusa che Google abbia abusato della posizione sul mercato della pubblicità online e che abbia illecitamente cooperato con Facebook per ampliare il suo potere dominante. Il procuratore generale del Texas, il Repubblicano Ken Paxton, aveva annunciato fin dal 2019 l’intenzione di far causa a Google per motivi antitrust. Sotto il suo ombrello ha riunito altri Stati, tutti guidati da procuratori generali Repubblicani: Arkansas, Indiana, Kentucky, Missouri, Mississippi, South Dakota, North Dakota, Utah e Idaho.

Solo qualche settimana fa Colorado e Nebraska si sono messi alla guida di un gruppo ancora più numeroso di Stati americani con l’intenzione di intentare una causa antitrust di ampio respiro contro Google. L’azione legale potrebbe partire già entro la fine della settimana, secondo Reuters.

Ma la causa guidata dal Texas rischia di produrre le ripercussioni più pesanti sull’attività di Google. Gli Stati chiedono che il colosso di Mountain View, che controlla un terzo dell’industria globale dell’advertising online, li risarcisca dei danni causati. Inoltre, l’accusa fa appello al giudice perché imponga rimedi “strutturali”, ovvero modifiche all’organizzazione delle attività di Google – fondamentalmente, la dismissione di alcuni asset.

Google ha definito la causa del Texas “priva di fondamento”.

“Abuso del monopolio nelle digital ads”

Contro il colosso di Mountain View e le possibili ricadute sulla concorrenza delle sue pratiche commerciali è già in corso un’azione a livello federale. La causa del Texas è in effetti la seconda per estensione delle accuse e la quarta in ordine di tempo tra le azioni legali mosse dai regolatori statali e federali contro Google. Il previsto arrivo della causa Colorado-Nebraska (che riunisce ben 30 Stati Usa) allungherebbe la lista.

Il Texas e gli altri nove Stati che hanno depositato i documenti presso il tribunale dell’Eastern District of Texas. La richiesta rivolta al giudice è di riconoscere da parte di Google la violazione delle regole antitrust e di ordinare la cessazione delle attività illecite. Google viene accusata di abusare del suo monopolio sul mercato delle digital ads, permettendo alla sua piattaforma di compra-vendita di vincere sempre le aste per le pubblicità anche quando i concorrenti presentano offerte più alte e di far pagare agli editori sovrapprezzi per le ads.

Google viene anche accusata di cooperare “nell’ombra” con Facebook. Le due aziende sono rivali dirette nella vendita di ads su Internet e insieme rappresentano più della metà del mercato globale. Secondo l’accusa, “documenti interni di Google rivelano che l’azienda ha cercato di uccidere la concorrenza e lo ha fatto tramite una serie di tattiche volte all’esclusione di altri soggetti, inclusi accordi illegali con Facebook, il suo principale concorrente”.

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Il social media non ha per ora rilasciato commenti.

La replica di Google

“Le affermazioni del procuratore generale Paxton sulle tecnologie pubblicitarie sono infondate. Nonostante ciò lo stesso Procuratore ha proceduto con le accuse, ignorando i fatti”, ha replicato in una nota ufficiale l’azienda di Mountain View. “Abbiamo investito in servizi di ad tech all’avanguardia che aiutano le aziende e creano benefici per i consumatori. I prezzi degli annunci digitali sono diminuiti nell’ultimo decennio e, con loro, anche le tariffe ad tech stanno calando. Le tariffe ad tech di Google sono inferiori alla media nel settore. Questi sono i tratti distintivi di un settore altamente competitivo. Ci difenderemo con determinazione in tribunale dalle accuse infondate mosse dal procuratore generale”.

Gli editori pronti alla class action

Sono invece già entrati in azione, con una causa separata, gli editori, tra i principali danneggiati dal presunto comportamento anti-competitivo di Google nella pubblicità. Due editori online americani – Genius Media Group e The Nation – hanno presentato una causa antitrust separata che cerca di assurgere al livello di class action, asserendo di aver perso ricavi per via del dominio incontrastato di Google nell’online advertising. Gli editori chiedono al giudice di ordinare a Big G di dismettere parte dell’attività pubblicitaria.

Facebook, scontro con Apple sulle app

Ancora questioni legate alla libera concorrenza hanno portato Facebook ad accusare Apple di comportamento anticompetitivo. Nel mirino sia per le alte fee richieste agli sviluppatori sull’App Store sia i cambiamenti previsti alle impostazioni per la privacy nel nuovo sistema operativo mobile iOs14.

“Apple lede i principi della concorrenza usando il suo controllo dell’App Store per il suo profitto e alle spese dei creatori e delle piccole imprese. Stop”, ha affermato il Vice president for ads and b usiness products di Facebook, Dan Levy. Il social media critica la limitazione che viene imposta da Apple alla capacità delle app di raccogliere dati dagli smartphone ai fini del targeted advertising e afferma che la piattaforma di Apple per le ads personalizzate non sarà soggetta da subito a tali requisiti come le aziende rivali.

Apple ha replicato che le nuove impostazioni non esigeranno da Facebook di modificare il suo “approccio al tracciamento degli utenti e alla creazione di pubblicità mirata”; richiederà però che Facebook dia agli utenti dei dispositivi Apple la possibilità di fare opt out da tali pratiche. “Difendiamo i nostri utenti. Hanno il diritto di sapere quando i loro dati vengono catturati e condivisi su altre app e siti web”.

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