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PUNTO DI VISTA

Agenda digitale, che sia la “volta buona” del riuso?

Per accelerare sul piano serve una forte volontà politica, ma anche spingere sulla replicabilità della soluzioni nella PA. L’importanza di un repository nazionale

22 Mar 2014

Flavia Marzano, presidente Stati Generali Innovazione

Governo nuovo vita nuova? È quello che più o meno sempre ci aspettiamo. E tutte le volte si sente dire “speriamo che sia la volta buona”. Ce lo auguriamo anche oggi e ci permettiamo di suggerire qualcosa di nuovo, anzi di antico.

Sono ormai molti (troppi anni) che il Codice dell’Amministrazione Digitale è profondamente inatteso, per alcuni versi a ragione (pochi), per altri esclusivamente per ignavia (a volte malafede ma mi piace pensare di no). Negli anni ho letto diversi documenti molto dotti in proposito e quindi mi permetto solo di suggerire al nuovo governo, e visti i tempi di spending review, di garantire l’applicazione degli articoli 68 e 69 che richiedono alle PA che acquisiscono software di prevedere un’analisi comparativa delle soluzioni e il riuso dei programmi informatici nel rispetto dei principi di economicità e di efficienza, tutela degli investimenti, riuso e neutralità tecnologica.

Si tratta di verificare, dal punto di vista tecnico ed economico, se sul mercato non esistano già soluzioni disponibili di: software sviluppato per conto della PA; riutilizzo di software o parti di esso sviluppati per conto della PA; software libero o a codice sorgente aperto; software fruibile in modalità cloud computing; software di tipo proprietario mediante ricorso a licenza d’uso; software combinazione delle precedenti soluzioni Ovvero, l’articolo 68 del Cad chiede alle PA, prima di procedere all’acquisto di software, di verificare se già non esistano soluzioni più economiche e/o riusabili sulla base dei seguenti criteri:
costo complessivo del programma o soluzione quale costo di acquisto, di implementazione, di mantenimento e supporto; livello di utilizzo di formati di dati e di interfacce di tipo aperto nonché di standard in grado di assicurare l’interoperabilità e la cooperazione applicativa tra i diversi sistemi informatici; garanzie del fornitore in materia di sicurezza, conformità alla normativa in materia di protezione dei dati personali, livelli di servizio.

Ma il concetto più forte è che, solo nel caso in cui dalla valutazione comparativa, risulti impossibile accedere a soluzioni già disponibili all’interno della PA, o a software libero, adeguati alle esigenze da soddisfare, è consentita l’acquisizione di programmi informatici di tipo proprietario mediante ricorso a licenza d’uso!
Ovviamente si richiede che le PA comunichino all’Agid l’adozione delle applicazioni informatiche e delle pratiche tecnologiche e organizzative adottate, fornendo ogni utile informazione ai fini della piena conoscibilità delle soluzioni adottate, anche per favorire il riuso e la più ampia diffusione delle migliori pratiche.
Questo vorrei chiedere al nuovo governo: rimettiamo in piedi un repository che preveda tutte le soluzioni riusabili della PA; supportiamo le PA nelle fasi di riuso; comunichiamo con chiarezza tali obblighi prevedendo verifiche periodiche per garantire supporto al riuso soprattutto ai piccoli enti. A quanto detto si aggiunge che l’articolo 69 obbliga le PA titolari di software realizzato su specifiche indicazioni del committente pubblico, a darli in formato sorgente, completi della documentazione disponibile, in uso gratuito ad altre PA che li richiedano e che intendano adattarli alle proprie esigenze, salvo motivate ragioni.

Ad oggi una motivata ragione è che, pur con la migliore volontà di riusare soluzioni, una PA non sa se e dove esiste la soluzione desiderata. Solo con un repository nazionale obbligatorio possiamo arrivare al riuso, con evidenti risparmi e soprattutto con maggiori investimenti su servizi a valore aggiunto come sono quelli relativi a servizi e non semplice vendita di licenze.

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