Camusso: "Non basta il pin unico per cambiare la PA" - CorCom

LA RIFORMA

Camusso: “Non basta il pin unico per cambiare la PA”

La leader della Cgil boccia la riforma Renzi-Madia: “Dà per scontato che basti introdurre un codice per innovare senza badare alle sorti dei lavoratori”. Il governo punta ad avviare il sistema di identità digitale a partire da gennaio 2015

21 Lug 2014

Federica Meta

La riforma della Pubblica amministrazione “non determina, il giorno dopo che sarà approvata, un cambiamento concreto della condizione dei cittadini ma determina sicuramente un peggioramento della condizione dei lavoratori. La riforma non affronta il tema della contrattazione. Dà per scontato che basti introdurre un pin e tutto magicamente viene migliorato”. Lo ha affermato la
leader della Cgil Susanna Camusso, oggi a Torino per una iniziativa del sindacato. Per quanto riguarda l’occupazione, Camusso ha spiegato: “Se mettiamo insieme la norma sulle Camere di Commercio al fatto che il decreto interviene a modificare la legge Delrio sulle Province e si tolgono tutte le attività territoriali, come per esempio le prefetture, senza fare un piano straordinario di ricollocazione, si vede che la riforma sta facendo un’operazione di riduzione degli organici che avrebbe anche un effetto diretto sui servizi ai cittadini”.

Non convince dunque la Cgil la parte di riforma della PA che prevede di dotare di un pin unico per accedere ai servizi tutti i cittadini a partire da gennaio 2015.

Il premier Matteo Renzi ha fatto del pin unico il pilastro del suo programma di riforma della PA. In realtà il codice unico di accesso ai servizi pubblici fa parte di un progetto più ampio, già previsto dal decreto del Fare e rilanciato dall’ex commissario per l’Agenda digitale Francesco Caio: il Sistema pubblico per la gestione dell’identità digitale di cittadini e imprese (Spid).

L’iniziativa mira a consentire al cittadino, una volta espletate le procedure di autenticazione con uno dei soggetti coinvolti, di usufruire di tutti i servizi online forniti da tutti gli altri autenticatori che hanno aderito alla rete, senza dover ogni volta adottare una procedura differente. Per fare un esempio: se un utente richiede all’impresa X, autenticatore privato, delle credenziali, potrebbe usarle per accedere ai servizi del Comune Y o dell’amministrazione Z, anch’essi nella rete Spid.

Si verrà dunque a creare una rete di autenticatori, che dovrà sottostare a regole, procedure e controlli delle credenziali e degli strumenti di accesso in rete nei riguardi di cittadini e imprese.

Il 1° luglio il governo ha inviato alla Commissione europea la bozza del Dpcm che definisce le caratteristiche del sistema.