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Cec-Pac, la e-identity spariglia i giochi

Il progetto di identità digitale consentirà a cittadini e imprese di avere una password unica per l’accesso ai servizi pubblici. Il governo non vuole ripetere gli errori del passato: poche risorse certe e obblighi vincolanti per le amministrazioni le chiavi per il successo dell’iniziativa

03 Feb 2014

Federica Meta

Mentre la Cec-Pac sembra essere destinata ad andare in pensione prematuramente, il governo accelera sul nuovo progetto di identità digitale che, nella pratica, doterà i cittadini di credenziali ad hoc per accedere ai servizi online della PA. L’iniziativa, prevista dal decreto del Fare che parla, appunto, di un Sistema pubblico per la gestione dell’identità digitale di cittadini e imprese (Spid), è stata inserita da Francesco Caio tra i pilastri – anagrafe unica e fatturazione elettronica sono gli altri due – della sua Agenda digitale in versione “slim”.

“Avere una password unica per accedere ai servizi dell’amministrazione, che permetta di identificare il cittadino in maniera univoca dal sistema della PA, è la base per puntare a servizi erogati da sistemi interoperabili – spiega mister Agenda digitale – Mi spiego: oggi il cittadino dialoga con “le” pubbliche amministrazioni non con “la” pubblica amministrazione, diventando lui stesso il system integrator di sistemi sviluppati a sylos. Pensiamo alla nascita di un figlio, un evento che implica il “camminare” tra diversi uffici per registrare il nascituro all’anagrafe e alla Asl, per avere il codice fiscale. Questo perché i sistemi delle PA, a oggi, non si parlano, hanno poca interoperabilità e non si scambiano dati. Ecco, l’identità digitale crea le condizioni per superare questo modo di funzionare dello Stato. Si tratta di un salto culturale importante per le PA, che sono spinte a cooperare tra di loro, e si traduce in una forte semplificazione nella vita dei cittadini”.

La norma del decreto del Fare (art 17-ter) detta i principi generali mentre l’Agenzia per l’Italia Digitale curerà le regole tecniche del processo. Caio punta a dare avvio al progetto per la metà del 2014.

L’obiettivo del progetto è consentire al cittadino, una volta espletate le procedure di autenticazione con uno dei soggetti coinvolti, di usufruire di tutti i servizi online forniti da tutti gli altri autenticatori che hanno aderito alla rete, senza dover ogni volta adottare una procedura differente – puntualizzano da Agid – Per fare un esempio: se un utente richiede all’impresa X, autenticatore privato, delle credenziali, potrebbe usarle per accedere ai servizi del Comune Y o dell’amministrazione Z, anch’essi nella rete Spid”.

Si verrà dunque a creare una rete di autenticatori, che dovrà sottostare a regole, procedure e controlli delle credenziali e degli strumenti di accesso in rete nei riguardi di cittadini e imprese.

Prima della fine di marzo – quando mister Agenda digitale avrà portato a termine il suo lavoro – dovrà essere predisposto il decreto attuativo che definirà il modello architetturale e organizzativo nonché le modalità e requisiti necessari per l’accreditamento dei gestori dell’identità digitale, oltre che alle modalità di adesione da parte di cittadini e imprese in qualità di utenti di servizi in rete.

Tutto il sistema per la gestione dell’identità digitale non dovrà costare un euro alle casse dello stato: il decreto del Fare stabilisce infatti che il progetto dovrà essere avviato “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. E proprio per questo motivo sia Caio sia il dg di Agid, Agostino Ragosa, stannococoncentrando l’attenzione sui fondi europei destinati al digitale da cui potranno essere attinte nuove risorse per mettere a regime lo Spid.

Insomma, niente opere faraoniche che poi impiegano secoli per essere realmente adottate, ma un grande lavoro a monte che restituisca una struttura semplice ed efficace per chi la usa. Il governo è impegnato anche a indicare tempi e modalità di adozione dello Spid da parte delle pubbliche amministrazioni, in qualità di erogatori di servizi in rete, proprio per evitare lo stesso flop che ha visto protagonista la Cec-Pac per la quale non si sono previsti vincoli stringenti per le amministrazioni.

Ma se l’ostacolo risorse potrebbe essere superato con un’intelligente gestione dei fondi Ue quello relativo all’interoperabilità delle informazioni contenute nello Spid potrebbe essere di difficile superamento. Perché? Perché la questione va di pari passo con l’integrazione dei data center, progetto “titanico”, già avviato da Agid con il varo delle “Linee guida nazionali per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico”, che prevede il consolidamento degli attuali Ced in un’ottica cloud.

Solo nella pubblica amministrazione centrale italiana, ad esempio, esistono oltre un migliaio di data center di diverse dimensioni distribuiti su tutto il territorio, che ospitano oltre ventimila server, per un costo annuo complessivo per la sola gestione di circa 450 milioni di euro. Senza contare quelli della Pubblica amministrazione locale sui quali oggi non è disponibile il numero preciso. Si tratta di infrastrutture spesso duplicate nelle funzioni e prive di una visione organica attraverso la quale attuare sinergie basate sulla standardizzazione, l’interoperabilità e l’evoluzione tecnologica del comparto pubblico. L’Agenzia per l’Italia digitale ha avviato, in collaborazione con la Fondazione Ugo Bordoni (Fub), un censimento dei server, primo passo verso un consolidamento che Ragosa immagina avvenire a livello regionale.

Secondo Giuliano Noci, docente del Politecnico di Milano e direttore dell’Osservatorio eGovernment del Polimi, la drastica riduzione dei Ced appare essere un obiettivo ormai non procrastinabile. “L’affermazione di un’architettura cloud – spiega Noci – indurrebbe, infatti, un processo di standardizzazione dei servizi offerti all’utenza, contribuendo in modo determinante all’ottenimento di risultati che con la logica del riuso non si è ancora riusciti ad ottenere”.

Ma il processo di razionalizzazione non sarà così facile da attuare. Manca – cosa non da poco – nel nostro Paese un sistema di banda larga, ovvero dell’infrastruttura primaria abilitante l’affermazione di quella logica cloud, che permette di scaricare a terra larga parte dei benefici conseguenti ad un percorso di razionalizzazione dei Ced. A preoccupare anche la possibile resistenza dei “burocrati”. “In Italia il controllo dell’informazione è spesso sinonimo di potere del singolo ente – sottolinea Noci – Mi aspetto, enormi resistenze da parte dei dirigenti della Pubblica amministrazione all’innovazione”.

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