Data center, quanti ne servono davvero alla PA italiana? - CorCom

PUNTI DI VISTA

Data center, quanti ne servono davvero alla PA italiana?

L’Agenzia per l’Italia digitale ha avviato la razionalizzazione a livello regionale. Ma si apre il dibattito: due Ced nazionali a Roma e Milano saranno sufficienti a garantire maggiore efficienza e taglio dei costi?

07 Lug 2014

Luca Beltramino, managing director TelecityGroup Italia

Se la premessa è positiva, la declinazione è negativa. Lo Stato italiano, secondo gli indirizzi programmatici dell’Agenzia per l’Italia digitale – Agid, vuole razionalizzare e ottimizzare il sistema dei data center della Pubblica Amministrazione centrale (Pac) e della PA in genere. Protagoniste e responsabili di tale – necessaria – rivoluzione saranno le Regioni. In buona sostanza, saranno creati ex novo diversi Ced in ognuna delle 20 Regioni italiane. Il che significa la nascita di 21 Agenzie locali se si considerano le due Provincie autonome di Trento e Bolzano.

Come ha evidenziato il “Corriere delle Comunicazioni” del 9 giugno, nelle Regioni lavorano ottimi professionisti dell’Ict. Cionondimeno il patrimonio di data center della PA si stima ammonti a 1.033 unità nella sola Pac, per salire a 4.000 considerando tutta la PA (position paper Agid “Linee guida alla razionalizzazione delle infrastrutture ICT delle PA”).

Secondo Assinform, la spesa annua in Ict nella PA ammonterebbe a circa cinque miliardi e mezzo di euro e il 30% di questa è dovuta alla gestione dei data center (dati 2011). Tra data center della Pac e della PA locale (Regioni, Enti locali, Sanità), sarebbero impiegate più di 20mila persone. Gran parte delle organizzazioni e degli osservatori specializzati concordano sul fatto che il patrimonio attuale di data center è ereditato dal passato, policy e linee guida per l’efficienza energetica sono inadeguate, le risorse umane spesso poco formate e motivate.

Di fronte a tale scenario, è necessario un cambiamento radicale. Che cosa fare? La soluzione, a mio parere, consiste nella centralizzazione dei data center, come sta del resto avvenendo in altri Paesi avanzati. Per quanto riguarda l’Italia, credo che la PA necessiterebbe di due soli data center, uno a Roma e l’altro a Milano, città che già ospitano i due principali nodi Internet nazionali.

La centralizzazione da me auspicata ha evidenze storiche. Un data center è maggiormente efficiente quanto è più grande e moderno nei propri sistemi di sicurezza e di efficienza energetica. Costruire uno/due/tre o persino più Ced a seconda delle dimensioni territoriali in ciascuna Regione significherebbe semplicemente determinare una proliferazione di diseconomie di scala. Invece i data center della PA dovrebbero essere realizzati nei punti più strategici di convergenza della connettività e delle infrastrutture elettriche, caratteristiche che al momento mancano nella maggioranza delle regioni italiane.

Il piano del Governo definisce, in un’ottica alquanto discutibile, la valorizzazione di DC nazionali e regionali e dei portali delle autonomie locali e dei Comuni. Tutto questo porterà senza dubbio alla nascita o all’utilizzo di strutture obsolete. Queste ultime saranno per giunta posizionate in aree con scarsi servizi di banda Internet e per essere raggiunte e utilizzabili necessiteranno di investimenti ad hoc. Che senso ha costruire un data center in quelle aree dove manca il collegamento alla banda larga? Mancanza che, è importante ricordare, attualmente riguarda il 12% di tutto il territorio nazionale italiano.

Il modello di data center si basa fortemente su uno schema Ict accentrato. In tale sistema l’accentramento di infrastruttura in una localizzazione singola può essere completata da una seconda località di backup, contemporaneamente allo sviluppo su tutto il territorio nazionale della banda larga per il trasporto dei dati e servizi Pac e PA in generale: in questo modo tutto il Paese usufruirebbe di un’efficiente distribuzione dei servizi.

La centralizzazione dei data center è ancora più motivata dalla volontà di applicazione del modello Cloud ai servizi della Pubblica amministrazione. L’Unione europea ha messo al centro della propria Agenda digitale la diffusione del Cloud computing. L’Ue in questo modo stima di poter raggiungere 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020 e un aumento del Pil di 160 miliardi di euro pari a circa l’1% del Pil europeo. Il modello Cloud ha innanzitutto il vantaggio di essere accentrato in un data center principale che viene poi sottoposto a operazione di backup in mirror in una struttura opportunamente distante.

All’estero il Cloud abilita già forme evolute di shared services. In molte parti del mondo sono stati approntati progetti da parte di Governi centrali che così erogano servizi agli Enti decentrati. E’ questo il caso, per esempio, di esperienze consolidate in Australia e Singapore. Diverse Amministrazioni pubbliche di Paesi esteri promuovono ormai da qualche anno iniziative di cloud-based shared services, ossia sviluppano componenti applicative e portali dove le Amministrazioni decentrate possono approvvigionarsi di servizi in modalità self-service on demand. E basti qui citare la Federal Cloud Computing Initiative in Usa o il G-Cloud Marketplace nel Regno Unito.

L’investimento in data center dovrebbe essere fatto a livello centrale in località ben servite dalla banda larga, con presenza di molteplici operatori Tlc, laddove ci sia abbondanza di corrente elettrica e di spazi disponibili per un’ulteriore crescita futura. Quanto risparmiato nella proliferazione dei data center potrebbe essere utilizzato per investimenti nelle infrastrutture di banda, larga e ultra, per consentire alla popolazione di avere accesso ai servizi della PA da tutto il paese. Evitando di costruire decine di nuovi data center sul territorio nazionale e costruendone solo due, si risparmierebbero oltre cinque miliardi di euro, che potrebbero essere destinati proprio alla diffusione della banda larga e ultra.

La centralizzazione dei data center, infine, andrebbe pienamente nella direzione di quanto sta facendo il Governo guidato da Matteo Renzi, improntato ai principi di centralizzazione, razionalizzazione e semplificazione dei processi, in un’ottica di spending review. La regionalizzazione della ownernship dei data center nasce probabilmente da un equivoco: quello del Federalismo a tutti i costi (e non a caso la riforma del Senato è improntata a una logica federalista). Se è vero, conclamato e accolto da tutti il principio che i servizi debbano essere “vicini” ed erogati laddove c’è l’utente destinatore finale, il settore dei data center, paradossalmente, prevede l’opposto di tale possibilità: i servizi saranno tanto più vicini ai cittadini quanto più i dati saranno gestiti e transiteranno in data center centralizzati ossia moderni, efficienti e sicuri.