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Dati pubblici fuori controllo: scoppia il “servergate”

Troppi data center. E molti quelli “fantasma”. Così la PA italiana manda in fumo 450 milioni l’anno

21 Mar 2011

1.033 Ced, 82 sistemi elaborativi grandi e quasi 27mila intermedi.
Sono i numeri relativi ai data center della Pubblica
amministrazione centrale (Pac), censiti nel 2006 dall’allora
Cnipa. Numeri incredibili che non riescono comunque a fotografare
con esattezza la realtà, sia perché si tratta di informazioni
vecchie – è quindi probabile che negli anni si siano aggiunte
altre piattaforme – sia perché, nella stessa rilevazione, non è
stato possibile censire il numero esatto dei sistemi. Il motivo sta
nell’organizzazione stessa della Pac: alcuni ministeri – ne è un
esempio quello dei Beni e delle Attività culturali – si perdono
nei mille rivoli delle sedi locali (musei, sovrintendenze, archivi)
ai quali accedono con difficoltà anche gli stessi responsabili dei
sistemi informativi.

Un indefinito numero di “server fantasma” presidia dunque, i
nostri uffici pubblici, con effetti negativi nel funzionamento
delle procedure di back office e, di riflesso, nell’erogazione
dei servizi digitali al cittadini.
Per mettere ordine nel confuso universo dei centri dati ed
elaborare una mappa più dettagliata, DigitPA ha avviato un tavolo
di lavoro che si occupa di analizzare le tecnologie in grado di
efficientare il sistema dei dati pubblici che costa al Paese ben
450 milioni l’anno solo per la gestione, senza contare il costo
del personale; secondo il Cnipa ammonta a 1,7 il numero degli
addetti alla conduzione operativa di una macchina.

La soluzione a questo caos c’è e risponde al nome di cloud
computing, come sottolinea Daniele Tatti,
dell’Ufficio relazioni internazionali di DigitPA.“Per la PA i
vantaggi della nuvola – sottolinea – sono gli stessi delle imprese:
maggiore efficienza e abbattimento dei costi di manutenzione e di
energia. Si stima che con la migrazione al cloud le PA
taglierebbero del 70% le spese energetiche e libererebbero il 60%
dello spazio fisico occupato dalle macchine, con ricadute positive
anche sui costi di gestione – ed eventualmente di affitto – degli
“alloggi informatici”.
L’adozione di soluzioni-nuvola aprirebbe inoltre la strada alla
riduzione del numero dei data center con una conseguente
diminuzione del numero delle informazioni ridondanti; condizione,
questa, imprescindibile per facilitare la ricerca e l’
aggiornamento della info stessa.
Ma quale sarebbero le conseguenze sulla gestione di informazioni
considerate “sensibili” come quelle conservate dagli enti
pubblici? Secondo Tatti la questione della protezione dei dati va
inserita nel più ampio contesto europeo. “La Ue ha varato linee
guida stringenti sulla questione della privacy legata ai data
center – precisa – Si tratta di regole, a volte, anche in evidente
conflitto con l’interesse delle aziende fornitrici di soluzioni
Ict, ma che garantiscono una forte conservazione del dato”. Pochi
dunque gli ostacoli dunque- ferme restando anche le iniziative
messe in campo dal nostro Garante Privacy – dal punto di vista
legislativo, soprattutto se si tiene conto che Bruxelles ha
promesso linee guida specifiche sul cloud computing per il prossimo
anno.

Un freno arriva invece dalla tipologia di contratti delle aziende,
standardizzati e difficilmente adattabili alle singole necessità.
“Oggi – sottolinea Tatti – è difficile inserire o
contrattualizzare qualcosa di diverso da quanto previsto di default
dai fornitori, come ad esempio norme più chiare sulle eventuali
cancellazioni dei dati. La possibilità invece di stabilire
condizioni più flessibili aiuterebbe le PA a scegliere la
piattaforma più vicina ai propri bisogni”. Magari affidando alle
imprese un ruolo che va oltre quello della tradizionale fornitura
dei servizi e che investe importanti funzioni di consulenza. La
migrazione a sistemi legacy, come Ced o affini, infatti, non
avviene in un solo colpo. Serve un’attenta mappatura degli
ambienti elaborativi e, contestualmente, un’analisi dei costi Ict
per elaborare un piano di migrazione basato sulla relazione
costi-benefici. La PA sarà così in grado di scegliere la
soluzione con il migliore Tco (Total cost of ownership) che
assicuri il soddisfacimento dei requisiti di performance, sicurezza
e continuità di servizio richiesti. Tutti processi in cui il ruolo
di consulting dei fornitori potrebbe facilitare lo sbarco dei data
center pubblici sulla nuvola.