Digitale al ralenti nella PA locale, Istat: pratiche online solo al 50% - CorCom

IL RAPPORTO

Digitale al ralenti nella PA locale, Istat: pratiche online solo al 50%

La fotografia al 2018 non rende l’idea della situazione attuale ma considerata la “lentezza” della pubblica amministrazione sul fronte innovazione i dati non dovrebbero essere molto cambiati. Il 90% utilizza la carta. Banda ultralarga in meno della metà degli uffici

17 Apr 2020

L. O.

Ancora poco diffusa la connessione ultraveloce nelle PA locali. Lo rivela un rapporto Istat sullo stato del digitale negli enti pubblici nel 2018, secondo cui solo nella metà circa delle Regioni e dei Comuni si può fare online l’intero iter – dall’avvio alla conclusione – di almeno un servizio sui 24 osservati, dedicati in gran parte alle imprese.

Nonostante la crescita dell’informatizzazione in rete, l’87,8% delle PA locali utilizza ancora strumenti analogici (timbri, firme, sigle) nella protocollazione e, tra queste, circa il 45% ha protocollato così oltre la metà della documentazione.  Il 41% delle PA locali accede a Internet con connessioni veloci (almeno 30 Mbps), solo il 17,4% con quelle ultraveloci (almeno 100 Mbps). Timidi passi, soprattutto delle Regioni, verso uso di intelligenza artificiale e analisi dei big data.

A Bologna le connessioni più veloci

Sulla velocità di connessione per accedere a Internet emerge la Città Metropolitana di Bologna, dove i Comuni che utilizzano connessioni ad almeno 100 Mbps sono l’84,3%. All’ultimo posto si posiziona invece l’area della Città metropolitana di Palermo, con il 6,1% dei Comuni. Le migliori perfomance per l’offerta di servizi online, sia per livello di disponibilità che per interventi di miglioramento messi in atto nel triennio 2016-2018, sono ascrivibili alle aree delle Città metropolitane di Venezia, Bologna e Milano; le peggiori a quelle della Regione Sicilia. Considerando 12 indicatori tra i principali rilevati dall’indagine (e calcolando i ranghi mediiii di ciascuna Città metropolitana) è possibile derivare una classifica che vede Bologna, Milano, Firenze, Bari e Venezia nelle prime 5 posizioni mentre Reggio Calabria e Genova si contendono l’ultima posizione superate da Messina e Palermo.

Ridotta la formazione digitale

A ridursi è in particolare la formazione specialistica (da 19,4% del 2015 al 16,9%) pur interessando una quota maggiore di personale coinvolto (da 7,7% del 2015 a 9,5%). Nei Comuni l’incidenza della formazione è legata alla classe di ampiezza demografica: dall’11,5% di quelli fino a 5mila abitanti (13,3% nel 2015) al 46,4% dei Comuni con oltre 60mila abitanti (era il 57,0% nel 2015), tuttavia anche in questi ultimi la quota di partecipanti è solo dell’8,5%. Per il personale che ha partecipato a corsi, le principali tematiche su cui si è svolta la formazione sono applicazioni e software specifici (71,7%), sicurezza ICT (40,8%,) argomenti riguardanti il web (28,7%).

In media il numero di ore erogate ogni 100 dipendenti si attesta a 23,3, con una variabilità tra Comuni di diverse dimensioni (30,6 ore per quelli con oltre 60mila abitanti).

Le funzioni informatiche sono affidate in gran parte a fornitori privati (94,2%) in concorso con il personale interno che comunque risulta in flessione negli ultimi anni (65,6%, 66,4% nel 2015 e 70,8% nel 2012). Nel caso delle Regioni, è ancora rilevante anche l’utilizzo dell’outsourcing verso imprese a controllo pubblico (da 77,3% nel 2015 a 72,7%).

Servizi migliori fanno crescere la domanda

Nel 2018 il 64,6% delle Amministrazioni locali offre servizi online fruibili anche attraverso dispositivi mobili come smartphone o tablet, il 37,2% li fornisce attraverso messaggistica mobile (SMS, WhatsApp, ecc.) e il 23,7% offre servizi disponibili su applicazioni gratuite (app) per dispositivi mobili. Proprio per queste ultime emerge il divario maggiore tra Comuni con oltre 5mila abitanti (23,7%) e quelli con oltre 60mila abitanti (40,0%) e con le Amministrazioni regionali (72,7%).

In calo il riuso di software

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Il ricorso a software sviluppati per conto e a spese di un’altra amministrazione – il cui riuso potrebbe costituire un risparmio – ha registrato un forte passo indietro per tutte le tipologie di Amministrazioni locali, passando dal 35,2% del 2012 al 12,7% del 2015, fino al 7,1% del 2018. E ancora più bassa è la quota di chi ha ceduto il proprio software per il riuso di altri (0,7%).

L’unico trend crescente si registra per i Comuni della Valle d’Aosta (74,3%, 60,8% nel 2015 e 41,9% nel 2012). Nel 2018 il 40,7% delle Amministrazioni locali rende disponibili open data (95,5% delle Regioni e 62,0% dei Comuni con oltre 60mila abitanti). Il formato aperto riguarda soprattutto l’area dell’e-government (76,0%), dell’Economia e Finanze (75,8%), dell’Istruzione, cultura e sport (57,0%) e dell’Ambiente (46,9%). In testa alla graduatoria regionale i Comuni della Valle d’Aosta che nell’89,2% consentono libero accesso ai propri dati, a seguire quelli del Friuli Venezia Giulia (59,6%), della Provincia Autonoma di Bolzano (55,3%), della Sardegna (54,1%), dell’Umbria e del Veneto (53%).

Servizi offerti online alle imprese

L’offerta di servizi online sembra caratterizzata da una parte dall’ampiezza della potenziale richiesta di servizi, dall’altra, dal grado di interazione online che la tipologia di servizio è in grado di poter offrire in funzione della complessità procedurale richiesta dall’amministrazione. Rispetto alla disponibilità online dei servizi analizzati, il 47,8% delle PA locali (54,6% delle Regioni) ha dichiarato di rendere possibile l’avvio e la conclusione per via telematica dell’intero iter relativo al servizio richiesto. Tra i Comuni spiccano quelli delle regioni Veneto (70,8%), Lombardia (62,9%) ed Emilia-Romagna (62,4%) che offrono almeno un servizio al livello massimo di disponibilità online.

Investimenti bassi in sistemi AI e big data

Ancora poche le PA locali che investono  in tecnologie di frontiera. Tre Regioni su dieci dichiarano di avere interesse a investire nel triennio in strumenti di IA e più della metà (59,1%) in tecniche di analisi di grandi quantità di dati che possono essere riferiti a ‘cose’ (Internet of things), ‘persone’ (da social media, sito web, da altre applicazioni mobili) e altre tipologie.

Circa il 22,0% dei Comuni con più di 60mila abitanti ha apportato o ha intenzione di apportare miglioramenti all’offerta online investendo in queste innovazioni tecnologiche; i Comuni con oltre 5mila abitanti della Provincia Autonoma di Trento (15,8%), della Liguria (11,0%) e della Sardegna (7,9) sembrano quelli più attivi nell’attivare strumenti di IA, mentre per l’analisi di big data spiccano i Comuni della Liguria (16,7%) cui si aggiungono quelli con oltre 5mila abitanti della Provincia Autonoma di Bolzano (7,2) e dell’Umbria (6,5%).

Digitali per obbligo di legge: ma non basta

Nel triennio 2016-2018 i fattori che hanno inciso molto sul processo di digitalizzazione delle Amministrazioni locali sono legati a obblighi legislativi (35,3%) e alle direttive provenienti dal Governo centrale (Agid, Team digitale, ecc.) e locale (30,4%). La domanda di servizi online da parte dell’utenza e la maturità digitale di altri enti hanno avuto un impatto basso rispettivamente per il 45,3% e il 39,8% degli enti locali.

Ma nonostante l’importanza degli obblighi legislativi, otto PA locali su dieci hanno dichiarato che a fine 2018 non era stato ancora formalmente nominato un Responsabile per la Transizione al Digitale cui competono tutte le attività operative e i processi di riorganizzazione funzionali alla realizzazione di un’amministrazione digitale e aperta, all’erogazione di servizi facilmente utilizzabili e di qualità, al raggiungimento di migliori standard di efficienza ed economicità.

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