E-fattura, De Rita: "La scadenza del 6 giugno rischia di slittare" - CorCom

E-fattura, De Rita: “La scadenza del 6 giugno rischia di slittare”

L’ex direttore generale di DigitPA (ora Agid): “Un decreto non basta: serviva una campagna informativa adeguata e regole certe per i produttori di software”. E lancia l’allarme: “Le imprese più piccole sono state lasciate da sole. Così il progetto non decolla”

21 Apr 2014

Giorgio De Rita, ex direttore generale DigitPA

Qualche settimana fa Arturo Di Corinto mi ha chiesto un commento sul grado di preparazione della pubblica amministrazione alla prossima scadenza dell’obbligo di fatturazione elettronica verso i ministeri e gli enti di previdenza nazionali. La risposta, – siamo in ritardo, servirà una proroga- è stata pubblicata dal suo giornale lo scorso 27 marzo. Il Corriere delle Comunicazioni mi sembra una felice eccezione in un dibattito pubblico ancora troppo distratto, per questo i miei complimenti e un invito a proseguire.

Per quella battuta ho ricevuto sia pubblicamente che in privato diversi “rimbrotti” e accuse più o meno velate di essere un cinico disfattista quando non un rancoroso bugiardo. Provo a spiegarmi meglio.

La mia opinione è che, per il ritardo fin qui accumulato nella realizzazione di questo obiettivo, a partire dal prossimo 6 giugno moltissimi fornitori delle pubbliche amministrazioni si vedranno costretti a spedire anche, se non solo, la fattura cartacea. Ammesso che siano informati di questa scadenza, il che non è certo visto il silenzio che la circonda, tutti i fornitori dovrebbero, per passare dal blocco di carta alla fattura elettronica, dotarsi dei software necessari a compilare il file fattura, della firma digitale e di una casella di posta certificata. Una volta attrezzati di tutto punto dovranno poi imparare a usare questi nuovi strumenti e, soprattutto, capire a chi e come mandare il file al posto della fattura.

Non si può pensare che basti la pubblicazione di un decreto per attivare le imprese e i professionisti che lavorano con le amministrazioni. Serve una campagna di comunicazione adeguata, servono regole precise e stabili per i produttori di software, serve formazione e informazione dei dipendenti pubblici, in poche parole serve la preparazione della platea dei fornitori. Se non saranno pronti almeno che siano informati.

Tenendo presente che l’obbligo vale per tutti i fornitori di tutte le amministrazioni, dai tribunali alle scuole, dai liberi professionisti ai produttori di servizi, dalle piccole spese ai grandi contratti, dai rapporti stabili a quelli occasionali non mi sembra irragionevole dire che potrebbero esserci problemi difficili da superare in pochi giorni.

Inoltre occorre sottolineare come l’obiettivo della fatturazione elettronica obbligatoria verso le amministrazioni non abbia avuto qualche attenzione in più della semplice enfasi mediatica. Manca un progetto, manca un presidio tecnologico, mancano le risorse per adeguare i sistemi informativi delle amministrazioni. Anche le amministrazioni non hanno preparato la strada al loro interno.

Se lungo questo difficile percorso le imprese, già lasciate sole e specie quelle di minore dimensione, troveranno qualche ostacolo mi sembra ragionevole ipotizzare che, per sperare di essere pagati, insieme o in alternativa alla fattura elettronica manderanno anche la fattura di carta. Quando il numero di fatture di carta supererà la soglia di “attenzione” le amministrazioni saranno costrette a chiedere una proroga del termine del 6 giugno.

Mi sembra uno scenario di buon senso. È un’opinione personale, che può essere facilmente smontata se si dimostra che le amministrazioni, almeno quelle statali, non sono in ritardo e che le imprese potranno partire da subito.

Su questo punto servono fatti, numeri, riscontri oggettivi. Vediamone qualcuno.

Le norme attuative, in particolare il decreto del 3 aprile 2013, dicono che ciascuna pubblica amministrazione deve individuare gli uffici deputati a ricevere in via esclusiva le fatture elettroniche, deve inserire questi uffici nell’Indice della pubblica amministrazione, Ipa, deve associare ciascun ufficio al numero di codice fiscale e ottenere da Ipa il codice ufficio per la fatturazione elettronica. Fatto tutto questo deve poi associare al codice ufficio per la fatturazione elettronica almeno un indirizzo di posta elettronica certificata presso il quale ricevere le fatture e comunicare il tutto ai propri fornitori.

Per dar tempo al sistema di avviarsi questa fase preparatoria avrebbe dovuto essere completata entro il 6 marzo 2014.

E stiamo parlando solo del primissimo passo, perché poi dopo bisogna adeguare i sistemi di protocollo e di archiviazione, le modalità di firma elettronica per l’autorizzazione al pagamento da parte dei funzionari, i processi organizzativi interni per la gestione elettronica delle fatture…..

Restiamo al primo passo. Utilizzando come fonte gli open data di IPA, aggiornati ogni giorno, e limitando la lettura dei dati ai soli ministeri si vede che al 16 aprile 2014 la situazione è la seguente:

– i 13 ministeri registrati in IPA hanno individuato 416 uffici per la fatturazione elettronica entro il 6 marzo, 461 uffici tra il 7 marzo e il 6 aprile e 815 uffici tra il 7 e il 16 aprile. Segnale evidente che il processo organizzativo preliminare è ancora in corso anche se in fase di accelerazione, ma nessuno è in grado di dire quanto manca alla fine del percorso;

– in diversi casi in IPA risultano presenti i codici ufficio per la fatturazione elettronica ma questi non sono associati ad alcun codice fiscale. Ad esempio per il ministero della giustizia la Corte d’Appello di Milano ha il codice A75ALD ma nessun codice fiscale associato o, analogamente, per il Ministero dell’Economia e delle Finanze dove la Direzione dei Sistemi Informativi e dell’Innovazione (ironia del destino!) del Dipartimento dell’Amministrazione Generale, del Personale e dei Servizi ha il codice GBF8DK ma non compare nel file generale per la stessa ragione. L’amministrazione ritiene di essere in regola ma il sistema scarterà la fattura perché non potrà associare il codice ufficio con un codice fiscale;

– sono del tutto assenti in IPA alcune strutture periferiche dei ministeri, ad esempio per il ministero della Salute si possono trovare solo 2 (Taranto e Gioia Tauro) dei 23 Posti di Ispezione frontaliera ciascuno dei quali dovrebbe avere un proprio codice ufficio;

– cercando a caso si trovano contraddizioni che devono essere risolte, valga come esempio il caso del ministero dei Beni culturali e del turismo che per le Biblioteche Universitarie di Pisa e di Modena individua due diversi codici fiscali, due diversi codici di fatturazione elettronica (NFE0P3 e BMMSLC) ma il medesimo indirizzo di pec e così le fatture di Modena andranno a Pisa.

Non si tratta di difficoltà insormontabili ma di aggiustamenti, integrazioni, correzioni che richiedono tempo e intelligenza, proprio quello che oggi manca.

A peggiorare il tutto interviene l’Agenzia per l’Italia digitale che, invece di sollecitare le amministrazioni a completare la fase di caricamento dei dati o a verificare eventuali errori, inserisce di propria iniziativa in IPA 18.907 uffici virtuali per la fatturazione elettronica. Qui i problemi sono diversi. Ne citerò solo alcuni.

In primo luogo la mancanza di una legittimazione normativa a questa “forzatura” di una banca dati di interesse nazionale, visto che la responsabilità di aggiornamento di IPA è, e deve restare, delle singole amministrazioni. L’Agenzia dice che la fonte normativa è la circolare MEF- Funzione Pubblica del 31 marzo. La Circolare si limita a dire che così è previsto dalle specifiche operative dell’Agenzia pubblicate nella medesima data. Insomma un pasticcio.

In secondo luogo la mancanza d’informazione alle singole amministrazioni che si trovano codici di fatturazione e uffici virtuali che non sanno come gestire in particolare non sapendo se e in che termini hanno l’obbligo di comunicarli ai fornitori. In terzo luogo la sovrapposizione tra uffici reali e uffici virtuali che genera ulteriore confusione e pone il problema di come, da chi e se è possibile cancellare un ufficio virtuale in presenza di uno reale e a chi dovranno essere reindirizzate le fatture una volta cancellato.

Infine i fornitori e gli specialisti dei sistemi informativi delle imprese che non sanno se e come considerare questi nuovi uffici provvisori o definitivi, fisici o telematici, con o senza un responsabile amministrativo.

Da queste considerazioni è nato il sospetto, che mi sento di confermare, che poiché né le imprese né le amministrazioni sono pronte a pochi giorni dalla chiusura definitiva della saracinesca delle fatture di carta l’unica strada percorribile sarà una proroga.

Il mio dubbio lo ho espresso a tanti, a partire da chi ha la responsabilità istituzionale di accompagnare questo progetto, seguendo le vie istituzionali. Ho ricevuto molti silenzi e qualche risposta, a volte cortese altre arrogante. Nessuno però mi ha detto che stavo sbagliando.

Resto in attesa pronto a rimangiarmi tutto confortato da un’agenzia di stampa che riporta una battuta del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, di qualche giorno fa a Lucca: – Quando chiedo quanti sono i centri di costo della pubblica amministrazione, invece di una risposta, si apre il dibattito. La risposta in teoria dovrebbe essere un numero, ma c’è chi dice 32 mila, chi 34 mila, chi 27 mila.

I suoi dirigenti non hanno la risposta ma almeno il Presidente Renzi ha capito quale sia la giusta domanda.