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E-skills, ecco cosa accade se la magistratura ne fa a meno

La riforma dei giudici onorari è stata varata senza attenzione alle competenze digitali. Il risultato? Il modello organizzativo resta quello fallimentare della delega delle funzioni. L’analisi del’avvocato Michele Gorga

09 Mag 2016

Michele Gorga, avvocato

E’ stata pubblicata in Gazzetta ufficiale n. 99 del 29 aprile 2016, e sarà vigente dal 15 maggio p.v., la legge delega al governo per la riforma organica della magistratura Onoraria che nella nostra organizzazione giudiziaria riguarda ben 7414 Magistrati Onorari che sommati a quelli non toccati dalla riforma, perché appartenenti alle Corti d’Appello, rappresenta il 50% dell’organico in forza alla giurisdizione.

Sconfortante è la lettura della legge delega, che accanto alle novità di un certo rilievo, si pensi alla stessa necessità di un testo unico della riforma; alla istituzione delle sezioni autonome della Magistratura Onoraria nei Consigli giudiziari, nel complesso richiamando per detti magistrati tutti i “doveri”, ai quali sono tenuti, identici di quelli dei magistrati ordinari, non riconosce a loro alcun “diritto” corrispondente istituendo l’attività per delega, tirocinio biennale e incentivi retributivi al raggiungimento di obiettivi fissati dai dirigenti degli uffici. Proprio qui il “vulnus” concettuale di un’amministrazione pubblica che oramai in ogni suo ramo è prigioniera di se stessa e che nella giustizia, come ha dichiarato il Ministro Orlando, avrebbe bisogno di managerialità. Così il Ministro ha fatto giustizia di quella che attualmente, quindi, tale non è, perché essere un bravo Magistrato non significa che per “induzione” si è anche bravo Manager dell’organizzazione dell’amministrazione della giustizia.

La cooptazione per nomina della classe politica, in base all’appartenenza territoriale, familiare o amicale, e il livellamento in basso della selezione della qualità del personale politico, come pubblicamente si ammette, ora rende anche visibile la “non qualità” della catena di comando della dirigenza pubblica che, allo stato ha raggiunto livelli altissimi di degrado e di “irresponsabilità” sia per la qualità genetica, un politico non sceglie mai chi potrebbe insidiarlo poi nella sua successiva nomina politica, che per adattamento alla sopravvivenza, al tirare a campare e lucrare immeritati stipendi a volte ben più sostanziosi di uno scranno in parlamento. Un esempio del degrado, non solo morale ma anche mentale, lo fornisce la cronaca dove ad esempio per atti che dovevano essere in capo alla dirigenza, ci stupisce che, denunziati della parte migliore della P.A., e che l’ANAC dovrebbe tutelare, diventano comportamenti addirittura oggetto di campagne denigratorie della stampa – perché il politico non aveva preso per se ma per avere consenso – o addirittura di improvvide azione, contro i magistrati inquirenti, proprio da parte di vecchi esponenti ancora inchiodati nel massimo organo di autogoverno della magistratura.

In questo degradante contesto scorrendo il nuovo testo normativo non si rintraccia alcuna norma di ferimento per la selezione del personale, per le funzioni giudiziarie oramai quasi interamente digitalizzate, di una qualsiasi abilità e competenza digitale, fatta eccezione per la generica e insufficiente previsione di partecipazione a corsi, con cadenza almeno semestrale (quindi nel complesso 6/7 ore durante tutto il periodo quadriennale di nomina), organizzati dalla Scuola Superiore della Magistratura che come da programmazione annuale dedica alle competenze digitale eventi che non riempiono, annualmente, neanche le dita di una mano.

Allora viene da chiedersi ma le politiche di coordinamento e di direzione in capo all’amministrazione a chi appartengono in materia di competenze digitali? Quali dirigenti o direttori generali o capi di dipartimento ne lucrano gli stipendi senza almeno segnalare alla “politica decidente” ( che è strategica per il paese e non metodo come la “democrazia decidente”) che le competenze digitali, SPID, la normazione sui portali, la conservazione della documentazione, le firme elettroniche e digitali, le PEC, i pagamenti elettronici sono già “adesso” a disposizione della giustizia digitale?

E’ evidente, quindi, che è per solo mero deficit di cultura digitale, e di inerzia dei novi Mandarini, che non sono messi “a sistema” quello che già abbiamo, a prova ne è che nella P.A. e nell’amministrazione giudiziaria occorre introdurre, come prevede la riforma Madia, la figura del manager per la transizione alla giustizia digitale. Ma per cortesia evitate tutti quelli in carica.

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