PA DIGITALE

Government as a platform, Italia locomotiva d’Europa. Ma si apre una fase critica

Secondo l’Osservatorio Agenda digitale del Politecnico di Milano il nostro Paese ha già messo a segno il 53% delle milestone Pnrr: 151 su 290 previste. Ma investimenti e riforme devono ora dimostrare di produrre risultati concreti in termini di impatto sull’economia e sul benessere della collettività. Il nodo delle gare pubbliche e della gestione dei pagamenti. E troppe cause pendenti nei tribunali

Pubblicato il 30 Gen 2024

Domenico Aliperto

Checché se ne dica, l’Italia sta gestendo bene i fondi messi a disposizione dal Pnrr per l’attuazione dell’Agenda Digitale: ha già realizzato il 53% delle milestone e dei target concordati con l’Europa (151 dei 290 previsti) e a oggi siamo il Paese con maggiori risultati raggiunti nella trasformazione digitale nell’ambito del Pnrr, che assegna 47 miliardi di euro dal 2021 a giugno 2026 (40 miliardi della Missione 1, più le iniziative di digitalizzazione di altre cinque), pari al 37% di tutte le risorse europee dedicate alla trasformazione digitale nel Next Generation Eu. Molto più di tutti gli altri Paesi in Europa: la Spagna prevede di spendere per il digitale 20 miliardi di euro, la Germania 13, la Francia 9, 19 Stati meno di 2 miliardi.

Ma ora la partita si fa seria, con molti nuovi target da raggiungere, per cui sono attesi risultati con effetti concreti sull’economia e il benessere collettivo. A dirlo è la ricerca dell’Osservatorio Agenda Digitale della School of Management del Politecnico di Milano presentata questa mattina al convegno “Italia Digitale: oltre le colonne d’Ercole”.

Verso una fase critica: la sfida della PA

“Si apre una nuova fase per l’Agenda Digitale dell’Italia, ancor più ricca di opportunità e di criticità che in passato”, afferma Alessandro Perego, Direttore scientifico degli Osservatori Digital Innovation. “Mentre siamo impegnati a realizzare nei tempi previsti gli interventi del Pnrr, è necessario pensare a come dare un futuro sostenibile alla trasformazione digitale. È importante farlo ora, mentre entriamo nella fase più critica del Piano e impostiamo le politiche di coesione, per garantire continuità d’azione e un uso corretto delle risorse disponibili. Perché non ci possiamo permettere che la fine del Pnrr rappresenti le ‘colonne d’Ercole’ per gli interventi di trasformazione digitale del Paese”.

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La PA è del resto fondamentale nell’attuazione del Pnrr e nel raggiungimento degli obiettivi di trasformazione digitale. Almeno il 60% delle risorse del Piano (e nello specifico il 33% di quelle della Missione 1 per la trasformazione digitale) sono destinate a PA centrali, locali o imprese pubbliche. Tutte le risorse sono gestite e rendicontate da PA.
In particolare, entro fine 2024 l’Italia deve confermare i target di fine 2023 sui tempi di aggiudicazione delle gare pubbliche, su quelli per realizzare quanto previsto e sulla gestione dei relativi pagamenti; deve spedire almeno 3 milioni di lettere di conformità e generare un gettito fiscale, da queste, di almeno 2,7 miliardi di euro; deve ridurre del 65% le cause pendenti nei tribunali ordinari e del 55% quelle nelle corti di appello civili.

La digitalizzazione dell’Italia, una situazione a luci e ombre

L’Osservatorio ha analizzato tramite i propri Digital Maturity Indexes gli indicatori raccolti nel 2023 dalla Commissione Europea per confrontare i Paesi verso gli obiettivi di Digital Decade 2030, evidenziando una situazione che, come negli scorsi anni, è caratterizzata da luci e ombre.
Rispetto alle infrastrutture digitali, si registra per esempio un balzo di 22 punti in un anno: nel 2022 le famiglie italiane con banda larga a 100 Mbps hanno superato per la prima volta la media europea (60% contro il 55%): facciamo meglio di Francia (51%) e Germania (39%), ma siamo lontani dalla Spagna (88%). Sulla connettività a 1 Gbps siamo allineati alla media europea (13%). Negli indicatori Digital Decade 2030 siamo avanti sul 5G, leggermente sotto media sulle linee Fttp, tra gli ultimi in Europa per copertura Vhcn. Rimane critico l’effettivo utilizzo della rete: l’uso di internet da parte degli italiani è tra i più bassi d’Europa (83% degli individui 16-74 anni).
Il 70% delle pmi italiane ha un’intensità digitale di base, leggermente superiore alla media europea (69%), solo la Finlandia ha già raggiunto il target fissato per il 2030 (90%). Cresce la percentuale di fatturato delle pmi da eCommerce (14%) e le imprese italiane sono messe bene sull’adozione del cloud (52%). Siamo indietro nello sfruttamento dei big data e nell’impiego dell’AI, ma anche i Paesi Ee più avanti sono ancora lontani dai target europei.
Bisogna però precisare che solo il 46% degli italiani fra i 16 e i 74 anni ha competenze digitali di base contro il 54% della media europea. L’obiettivo del 80% entro il 2030 è già raggiunto solo dalla Finlandia. Solo l’1,5% dei nostri laureati è in ambito ICT, la media europea è 4,2%. Con solo il 3,9% dei dipendenti italiani specialisti (contro il 4,6% a livello europeo), il nostro Paese contribuisce poco all’obiettivo comunitario fissato per il 2030.
Malgrado ottimi risultati nella disponibilità di open data (7° posto in Europa), il nostro Paese è poi distante dalla media europea per moduli di eGovernment precompilati a disposizione dei cittadini, nei servizi pubblici digitali offerti alle imprese e, in generale, nella trasparenza dei servizi pubblici digitali. Negli indicatori della Digital Decade 2030 siamo allineati alla media europea solo per il numero di cittadini che consultano digitalmente i referti sanitari; per il resto in rincorsa. Ma superiamo la media Europea per la quota di cittadini che interagiscono online con la PA: il 76% degli utenti italiani contro il 74% europei.

Il successo del modello Government as A Platform

Gli Osservatori del Politecnico di Milano sottolineano poi che l’Italia ha compiuto passi avanti sul modello di sviluppo ed erogazione di servizi pubblici digitali “Government as a Platform“. A fine 2023, si evidenziano miglioramenti nella digitalizzazione della PA per quanto riguarda i 4 pilastri del modello: dataset e componenti condivisi, piattaforme per accentrare l’offerta di servizi pubblici, modelli di interoperabilità basati su api e soluzioni cloud.


Tra le basi dati condivise, l’Anpr è ormai una soluzione consolidata, con tutti i Comuni italiani aderenti e la possibilità di scaricare 15 certificati anagrafici; si stanno integrando le liste elettorali, digitalizzando i processi di registrazione e gestione degli atti di stato civile e rendendo interoperabili altre anagrafi. Il Fascicolo Sanitario Elettronico non è ancora completamente operativo e interoperabile, ma oltre 418 milioni di referti digitalizzati sono già accessibili e il Pnrr destina 1,3 miliardi di euro a rendere pienamente operativa la soluzione. Continua il popolamento del portale dati.gov.it, con oltre 60.000 open data importati automaticamente dalle PA aderenti (897).
Tra le diverse piattaforme, PagoPA ha oltre 16mila PA aderenti e, da quando è attivo, per il nodo dei pagamenti sono transati oltre 209 miliardi di euro; il Pnrr destina 370 milioni di euro all’attivazione e alla migrazione di servizi di incasso superiori a 250.000 euro. Spid è nelle mani di 36 milioni di italiani (da cui viene usato oltre un miliardo di volte l’anno) mentre sono oltre 40 milioni le Cie rilasciate; il Governo ha indicato di voler portare le due piattaforme a convergenza e evolverle verso il digital identity wallet; il Pnrr destina 285 milioni di euro per rilasciare 42 milioni di identità digitali entro giugno 2025. L’App IO è stata scaricata da 36 milioni di italiani e le 15mila PA presenti offrono oltre 274mila servizi che saranno potenziati con 390 milioni di euro del Pnrr.

Oltre le colonne d’Ercole: le strategie da attuare

In ogni caso, non sono consentite pause nella trasformazione digitale dell’Italia: secondo l’Osservatorio Agenda Digitale è necessario impostare fin d’ora come navigare in modo sostenibile oltre la scadenza del Pnrr di giugno 2026.
Nella strategia è importante mantenere un doppio focus di attuazione, sul Pnrr e su interventi strategici complementari. La piena attuazione del Pnrr, infatti, non è sufficiente a realizzare gli obiettivi della Commissione nell’ambito della Digital Decade 2030: è necessario raccordarlo ad altri Piani strategici come la strategia sull’AI. Sul fronte delle risorse è fondamentale accelerare la spesa dei fondi Pnrr, in modo complementare con i fondi strutturali o il programma quadro Horizon Europe, affiancando in questo le Regioni italiane che, nella programmazione 2014–2020, hanno speso solo il 71% delle risorse previste per il digitale.
“Bisogna assicurarsi che i quasi 10 miliardi di euro dedicati alla trasformazione digitale della PA siano spesi in modo efficace, monitorandone l’impiego nel tempo”, afferma Giuliano Noci, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Agenda Digitale. “Ma è necessario potenziare i meccanismi di affiancamento e supporto agli enti locali che gestiranno gran parte delle risorse complementari al Pnrr. Ed è quindi fondamentale un forte presidio e coordinamento: gli interventi sono molteplici, complessi, da realizzare in pochissimo tempo da una pluralità di attori pubblici e privati. Serve una regia forte che tenga alta l’attenzione di tutti a fare la propria parte nella partita complessiva”.
Infine, conclude Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Agenda Digitale, “è fondamentale portare avanti il processo di digitalizzazione della PA guardando oltre il Pnrr, facendo attenzione agli effetti di più lungo periodo sul mercato dei fornitori di soluzioni digitali e sulle competenze dei lavoratori pubblici. Bisogna evitare che il mercato e le competenze si concentrino nelle mani di pochi fornitori e assicurare che le persone che lavorano all’interno delle Amministrazioni acquisiscano professionalità per gestire con la necessaria autonomia i servizi pubblici”.

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