INCHIESTA ITALIA DIGITALE

Identità digitale, sarà la volta buona?

Quattro decreti di qui a fine anno completeranno il puzzle per l’attuazione del Documento unificato e dell’Anagrafe nazionale. E si punta alla Pec come “domicilio”

Pubblicato il 18 Set 2013

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Stanno andando a posto i pilastri che reggeranno l’edificio della nuova identità del cittadino: sono i decreti attuativi relativi all’Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr) e il documento unificato. Il Governo ne prevede quattro, entro quest’anno. Un percorso complicato che ricorda quello delle norme per le applicazioni della Posta elettronica certificata. Pure in quest’ambito le novità normative stanno arrivando a scaglioni, via via spingendo la PA a usare sempre più la Pec e meno la carta. È una storia che racconta, meglio di altri capitoli dell’Agenda digitale, quanto è complicato distogliere la PA dalle vecchie abitudini analogiche. Si consideri l’Anagrafe nazionale della popolazione. A settembre il primo passo: un decreto attuativo, con cui l’Anagrafe, prevista dal decreto Crescita 2.0, assorbirà l’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero) e l’Ina (Indice nazionale delle anagrafi). Il vero avvio sarà con il secondo decreto attuativo, previsto entro fine anno dopo una concertazione tra i ministeri competenti: definirà le modalità di subentro dell’Anpr alle anagrafi comunali.

Tra marzo e aprile 2014, ci sarà un primo Comune che porterà i propri dati sull’Anagrafe centrale nazionale. Ogni mese migrerà un certo numero di anagrafi comunali. Il processo sarà completo entro gennaio 2015, termine già previsto dal Crescita 2.0. I Comuni restano titolari dei propri dati, sono loro potranno modificarli. Ma le modifiche saranno registrate sul datacenter centrale e non solo più localmente come ora. Avremo quindi dati sulla popolazione sempre aggiornati in un datacenter centrale. Significa ridurre i costi di gestione e lo sfasamento dei dati (per esempio un cambio di residenza) tra le diverse anagrafi.

La storia è esemplare dello spirito con cui l’Italia sta adottando l’Agenda digitale, per tanti motivi. Sarà un processo graduale perché farà i conti con la tradizionale frammentazione di dati e competenze nelle PA locali. Anche il fatto di essere un decreto attuativo, concertato tra ministeri, rivela quanto sia complicato dar vita alla rivoluzione. Ma è esemplare anche perché è la prima grande applicazione di un concetto fondante dell’Agenda digitale: razionalizzare la PA accentrando a livello nazionale gli aspetti meramente tecnici e informatici e lasciando alla “periferia” il compito di interfaccia finale con l’utente-cittadino. Il modello è quello del cloud. Saranno i Comuni anche a fornire il Documento unificato. Sommerà carta d’identità e tessera sanitaria e un primo decreto attuativo (probabilmente a ottobre) ne spiegherà validità, funzioni e costi. Ricordiamo che il Crescita 2.0 aveva stanziato per il Documento 60 milioni per il 2013 e 82 milioni a partire dal 2014. Un secondo decreto, entro fine anno, illustrerà come produrlo e fornirlo ai cittadini. Anche qui, come nell’Anagrafe, un rapporto articolato di competenze tra centro e periferia; e una storia ancora più travagliata alle spalle (che risale ai primi tentativi di carta d’identità elettronica dal 2000).

Al Documento il cittadino potrà legare una Pec, che così diventerà il domicilio digitale al quale le PA dovranno indirizzare tutte le comunicazioni. Il domicilio digitale sarà attivo a tutti gli effetti quando l’Anagrafe nazionale sarà operativa.
Sono quindi novità che si incastrano, come tasselli di un puzzle, e bisognerà quindi aspettare un anno o poco più perché sia tutto funzionante.
La Pec, a sua volta, si sta facendo strada lentamente. Per due motivi: arrivano a scaglioni le norme attuative di novità decise anni prima; oppure semplicemente la PA le disattende. “Abbiamo dovuto aspettare il 1° luglio 2013 perché entrasse in vigore l’articolo 5 bis del Codice dell’Amministrazione Digitale (Cad), il quale prevede che anche le comunicazioni tra imprese e pubbliche amministrazioni debbano avvenire in formato digitale. Ma consideriamo che già dal marzo del 2005 viene sancito il diritto del cittadino di utilizzare le nuove tecnologie per le comunicazioni con le PA”, dice Roberto Scano presidente di Iwa Italy (associazione internazionale per la professionalità nel web).

La sfida dei prossimi mesi sarà quindi, per il Governo, trovare la formula giusta (tempi e modi) per attuare quanto già deciso: perché la gradualità – laddove necessaria – sia solo funzionale a una corretta adozione, ma non sia un freno al digitale.

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