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L’Italia alla prova e-health: risorse e governance le sfide

Innovare la sanità è una delle priorità del governo Renzi. Ma la scarsità di fondi e un sistema burocratico novecentesco rischiano di frenare la macchina. La nuova spinta è duplice: uso intelligente dei finanziamenti Ue e radicale riorganizzazione delle strutture

03 Nov 2014

Federica Meta

Non solo spending review. La sfida dell’e-health nel lungo periodo è quella di usare le leva del digitale per uscire dal mondo novecentesco della sanità dei certificati, dei bolli e delle liste per entrare nel “nuovo welfare a bassa burocrazia” e della sanità ad “alta comunicazione e tecnologia”. Una sfida che però l’Italia rischia di perdere, a meno di non invetire il trend di investimenti che nel nostro Paese languono.

L’Italia – secondo i dati rilasciati dell’Osservatorio sull’innovazione digitale in sanità del Politecnico di Milano – è fanalino di coda in Europa, investendo per la sanità digitale solo 21 euro pro-capite, contro i 70 della Danimarca, paese benchmark.

Complessivamente, nell’ultimo anno, per le tecnologie digitali si è speso solo un miliardo e 17 milioni di euro.

“Per far decollare la sanità elettronica dovremmo però investire tre volte tanto – avverte Mariano Corso, direttore scientifico dell’Osservatorio Polimi – Siamo un Paese ‘povero’ in sanità ed investiamo meno rispetto ad altri in Europa. Abbiamo problemi complessi da risolvere, come un maggiore aumento dell’invecchiamento della popolazione che inciderà pesantemente sulla gestione dell’assistenza e delle cure”.

Che fare dunque per rilanciare investimenti anticiclici in grado di rivoluzione il sistema di welfare italiano? La risposta non è semplice, considerando anche il taglio di 4 miliardi alle Regioni, deciso dal governo Renzi con la legge di Stabilità. Secondo Sergio Chiamparino, presidente della Conferenza Regioni, la manovra è insostenibile “a meno di non incidere sulla spesa sanitaria” e prioritariamente su quella digitale che ancora non è concepita come essenziale.

Senza risorse statali da utlizzare nel breve periodo, una soluzione sta nelle riorganizzazione dei processi e nel consolidamento delle strutture sanitarie da cui potrebbero derivare maggiori risparmi da reinvestire nel settore, in linea anche con quanto auspicato dal nuovo commissario europeo dalla Salite, il lituano Vytenis Andriukaitis.

Contestualmente occorre lavorare alla costruzione di “tesoretto” per il digitale, mettendo insieme risorse Ue – partendo dai fondi comunitari della nuova programmazione 2014-2020, che assegnano soldi importanti sia per la sanità sia per l’agenda digitale – e private, coinvolgendo in regime di partenariato pubblico-privato i soggetti portatori di competenze di reingegnerizzazione dei processi, di soluzioni hi-tech e di capitali.

Un facilitatore, per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda digitale europea, sul fronte sanitario, può essere rappresentato dal Patto per la sanità digitale, strumento che, rivoluzionando l’organizzazione del comparto, mira a rendere più efficiente e meno costosa l’erogazione dei servizi di cura.

“Il grande elemento innovativo è rappresentato dalla governance – spiega Paolo Colli Franzone, direttore dell’Osservatorio Netics ed esperto di e-health – Il Ministero della Salute, Regioni e operatori privati si mettono insieme e stipulano il Patto per la sanità digitale. In questo quadro domanda e offerta lavoreranno insieme alla realizzazione degli obiettivi, verificando, per ciascun ambito prioritario di intervento anche la possibilità di attivare iniziative di partenariato pubblico-privato e di accedere a fondi comunitari o altre risorse pubbliche capaci di innescare un circuito virtuoso di risorse destinate a finanziare gli investimenti necessari”.

Nel Patto saranno individuate priorità di intervento, in particolare in ambiti dove l’efficientamento dei processi di erogazione dei servizi garantisce la realizzazione di economie gestionali – modelli organizzativi e strumenti per la razionalizzazione dell’infrastruttura IT della Sanità pubblica; nuove piattaforme di servizi “information intensive” per i cittadini; cartella clinica condivisa; teleconsulto, telerefertazione, telediagnosi, telemonitoraggio, teleriabilitazione; telemedicina e integrazione col Fascicolo sanitario elettronico.

“Le priorità verranno discusse in progress in modo da giungere a una versione condivisa con tutti gli stakeholder – puntualizza Colli Franzone -. L’iniziativa è rigorosamente precompetitiva, aperta alla partecipazione di tutti i soggetti interessati purché disposti ad accettare le regole del Patto. Naturalmente è aperta anche alla partecipazione di operatori sanitari privati convenzionati, e a tutti i soggetti costituenti la filiera sanitaria”.

Già a partire da fine anno cominceranno ad uscire le prime call for initiatives: i soggetti interessati, già costituiti in forme di partenariato pubblico-privato, presenteranno proposte progettuali affiancate a modelli di sostenibilità economico-finanziaria e organizzativa.

Si tratta di un modello quasi “rivoluzionario” che recepisce fino in fondo i nuovi criteri per l’assegnazione dei fondi strutturali: governance strutturata, forte coordinamento delle iniziative, coinvolgimento del privato.

L’obiettivo finale è quello di utilizzare le economie gestionali ottenute – stimabili intorno ai 5 miliardi di euro all’anno – per nuovi e importanti investimenti finalizzati a garantire un sistema sanitario universale, equo e sostenibile. Dal punto di vista del sistema dell’offerta, la prospettiva è quella di un sostanziale raddoppio della spesa annuale Ict della sanità italiana, a partire dal 2016 ma con qualche sostanzioso incremento già visibile nel 2015.

Il Fascicolo sanitario elettronico è il primo protagonista di questo sommovimento, il primo banco di prova per vedere se il Patto per la sanità digitale produce i risultati auspicati.

Almeno dieci milioni di cittadini hanno già attivato o conoscono il Fascicolo elettronico.

Entro il 2015 tutti i dati e le informazioni di salute andranno dematerializzati nelle reti e-health regionali; queste ultime dovranno essere intercomunicanti a livello nazionale e poi europeo, con un profondo cambiamento dell’organizzazione e delle possibilità di fruizione delle cure da parte del cittadino.

Ad oggi, come spiega Lidia Di Minco, direttore dell’Ufficio III della Direzione generale del Sistema informativo del ministero della Salute, l’Fascicolo sanitario digitale è completamente operativo solo nel 19% delle Regioni, mentre nelle altre è in fase di realizzazione (19%), ancora allo stato di sperimentazione (38%) o di progettazione (24%).

Tutte le Regioni hanno presentato i loro progetti di Fse e il ministero guidato da Beatrice Lorenzin conta di renderli almeno parzialmente operativi entro giugno 2015. Ma non basta, bisogna fare più. “Occorre intervenire su diversi aspetti tecnologici, organizzativi e normativi – puntualizza Di Minco –. Richiedono specifici interventi anche gli aspetti di tipo strutturale, come la carenza di infrastrutture di rete sicure e la scarsa integrazione dei servizi; professionale, nel senso della condivisone delle responsabilità; e culturale perché serve più formazione e aggiornamento degli operatori sanitari”.

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