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Nasi: “All’Agenda digitale serve un’idea di Paese”

La docente della Bocconi: “Il semestre Ue sia l’occasione per dire quello che l’Italia vuole diventare – più semplice e più competitiva – sfruttando fino in fondo le opportunità delle tecnologie”

10 Lug 2014

Federica Meta

“Il semestre Ue di presidenza italiana deve essere l’occasione per cambiare le modalità di attuazione delle riforme digitali di questo Paese”. Greta Nasi, docente della Bocconi e direttore dell’Area Public Management e Policy di Sda Bocconi, spiega come il governo può mettere a frutto gli impegni in tema di riforma dell’amministrazione e di Agenda digitale.
Il governo ha messo in campo una riforma dell’amministrazione abbastanza corposa che investe i processi, i dipendenti pubblici e anche i progetti digitali. La convince il decreto 90?
Mi sembra che il provvedimento, pur rilevandone alcune novità soprattutto in tema di personale, non cambi il modo di approcciare alle riforme. Per l’ennesima volta si elencano punti e progetti senza che dietro ci sia una vision riconoscibile. Mi spiego meglio: quello che manca è la definizione di obiettivi chiari legati ad ambiti di policy e di servizio che facciano percepire l’Agenda digitale come uno strumento chiave per raggiungerli. Finora l’Agenda è stata percepita essa stessa come un obiettivo, falsando tutto il quadro di analisi e di azione.
Però alcuni obiettivi ci sono. Penso ad esempio alla distribuzione del pin unico per accedere ai servizi pubblici oppure l’obbligo per i tribunali di adottare il processo civile telematico.
Ci sono i progetti, non gli obiettivi. Parlando di processo civile telematico, ad esempio, l’obiettivo non deve essere quello di farlo adottare da tutti i tribunali ma, più coraggiosamente, l’efficientamento della giustizia, la riduzione dei tempi dei processi e, non da ultimo, la lotta alla corruzione. Lo stesso dicasi per il pin unico che deve diventare leva per cambiare i processi non solo di front office – con effetti positivi sui servizi al cittadino – ma soprattutto un driver per rivoluzionare il back office con conseguenze sull’organizzazione del lavoro.
Perché in Italia non è ancora possibile pensarli questi obiettivi di sistema?
Perché manca, oramai da anni, un’idea di Paese o meglio di quello che il Paese può diventare – più semplice, più competitivo, più innovativo – sfruttando le opportunità del digitale. Più bel dettaglio, rilevo ancora una distanza troppo ampia tra obiettivi strategici e piani attuativi, determinata in gran parte da un approccio troppo tecnologico all’Agenda e limiti di di capacity per la gestione di progetti di innovazione complessi. Inoltre manca un monitoraggio puntuale degli dei singoli progetti senza il quale la messa a sistema degli stessi è impensabile. Si tratta di aspetti senza i quali gli obiettivi di sistema non sono facilmente individuabili.
Quindi?
È necessario definire obiettivi e target di risultato dato che, ad oggi, la valutazione dell’Agenda digitale è spesso non strutturata, non governata e basata su tecniche di misurazione non confrontabili. In più è basata su una prospettiva finanziaria; manca però la prospettiva relativa al contributo del sistema informativo al business e al valore aziendale in cui il sistema informativo e gli strumenti tecnologici in genere sono intesi come “risorsa strategica” con obiettivi di carattere aziendale, i cui risultati non sono scindibili dai risultati aziendali.
Cosa serve, nello specifico?
Servono soprattutto sistemi di misurazione e valutazione dell’Agenda digitale basati su metodologie strutturate, multi-dimensionali e in grado di misurare i costi e benefici per tutti gli stakeholder.
Che ruolo gioca l’Europa nella partita digitale?
Fondamentale. Basti pensare ai risultati ottenuti con l’attuazione del trattato di Schengen che hanno reso l’Europa più aperta e più competitiva a tutto a vantaggio di cittadini e imprese. E da quella “idea” di Europa che poi si è sviluppato, ad effetto domino, il mercato unico digitale. Diciamo che la Ue è un esempio e anche un interlocutore.
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi porterà sul tavolo di Bruxelles due progetti in cui l’Italia pioniera: fatturazione elettronica e identità digitale (pin unico). Può essere un inizio?
Guardi, l’impegno del governo sul digitale è un impegno importante. Detto questo non si può pensare ingenuamente che fatturazione elettronica e pin unico cambino davvero la vita di persone e aziende. La migliorano ma non la cambiano e il ruolo del digitale, invece, deve tornare ad essere quello di cambiarla. Come? Migliorando la produttività e le performance aziendali; promuovendo l’accountability e aumentare la soddisfazione dei cittadini. Infine riducendo la corruzione. È necessario che questi progetti (fatturazione e pin unico ndr)- ripeto importanti – vengano inseriti all’interno di un’idea di paese, di un progetto-paese che verta su questi aspetti.

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