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PA digitale, Nicolais: “Recuperare risorse con il project financing

L’ex ministro dà la sua ricetta contro i tagli di Tremonti: “Sì all’impegno dei privati ma all’interno di una governance pubblica che, però, manca a questo esecutivo”

31 Ott 2011

"La mia impressione è che i ministri di questo esecutivo
siano subalterni a Giulio Tremonti che con i tagli lineari ha messo
in ginocchio tutta l’azione di governo, a cominciare proprio da
quella mirata ad innovare la PA". Luigi
Nicolais
, ex ministro della PA e Innovazione e ora
deputato del PD, spiega così l’impasse in cui versa il programma
E-gov 2012.
Che idea si è fatto dei ripetuti no che il Mef ha dato a
Brunetta?

La situazione è più articolata di quanto sembri. È certamente
vero che i no di Tremonti si basano su scelte di tipo economico che
mirano al pareggio di bilancio tramite tagli lineari; ma è
altrettanto vero che la scelta di sacrificare l’innovazione è
dettata anche da una scarsa considerazione dell’Ict pubblico come
leva strategica per il rilancio di tutto il sistema Paese. Detto
più semplicemente, il ministro dell’Economia non ha capito – o
meglio non ha voluto capire – che spuntare l’innovazione
dall’agenda di governo significa non fornire all’Italia gli
strumenti necessari per ripartire e rilanciarsi. Per uscire dalla
crisi non basta abbattere il debito, bisogna ricominciare a
crescere, partendo proprio dall’efficientamento della macchina
pubblica che, ad oggi, è più un costo che un servizio in grado di
produrre efficienza.
Dando per scontato che il governo non tirerà fuori un euro
per i progetti innovativi, lei crede che esista un’alternativa
efficace al finanziamento pubblico?

Uno strumento finanziario utile è il project financing che nasce
da sinergie tra Pubblica amministrazione e imprese. Il sistema
imprenditoriale italiano è molto sensibile alle tematiche della PA
digitale: lo dimostrano i numerosi appelli provenienti dalle
associazioni di Confindustria ad adottare un’Agenda digitale
degna di questo nome. Ecco, tramite forme di project financing
modulato sulle peculiarità del settore si potrebbero trovare le
risorse. Ma anche in questo caso l’azione del governo non può
essere assente.
In che senso?
Il project financing o forme simili di partenariato
pubblico-privato funzionano se messe a sistema. Serve una cabina di
regia, una governance insomma, che individui settori e territori
dove è necessario l’intervento delle imprese. Altrimenti si
rischia di tenere in vita quella “innovazione a macchia di
leopardo” che inchioda l’Italia a un digital gap
permanente.
A proposito di digital gap, come impatterà la decisione di
non destinare l’extragettito dell’asta Lte all’Ict in parte
su progetti dedicati alla PA digitale?

Se il surplus fosse stato veicolato verso progetti di banda larga
anche le iniziative messe in campo da Brunetta avrebbero potuto
fare passi avanti. Penso ad esempio ai servizi da agganciare alla
Pec o, più in generale, a tutte le prestazioni che potrebbero
nascere dall’applicazione del nuovo Cad. Ma anche in questo caso
il governo non ha avuto la lungimiranza di capire che l’Ict ha
una capacità anti-ciclica.
C’è stato un tempo in cui il centro-destra faceva
dell’innovazione il baluardo della sua rivoluzione liberale.
Nel periodo in cui Lucio Stanca è stato ministro
dell’Innovazione effettivamente il governo Berlusconi aveva messo
in campo azioni interessanti: la spinta verso la realizzazione
delle autostrade digitali (banda larga e Spc), i primi progetti di
identità digitale. Poi il governo Prodi ha preso il testimone di
quelle iniziative e ha lavorato sul livello successivo dei processi
di innovazione: l’interoperabilità e i servizi innovativi. Ma
questo esecutivo ha mollato le redini e ha bloccato la crescita del
Paese.
Se la sente di fare un pronostico sulla sorte della PA
digitale?

Più che un pronostisco esprimo un timore. Di questo passo, passata
la crisi, l’Italia non avrà strumenti per essere competitiva.

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