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Pin unico, per l’Italia un ruolo da pioniere

Trasmesso a Bruxelles lo schema di Dpcm per il “codice magico” digitale. Siamo, forse, alla vigilia di una piccola grande rivoluzione nella quale il nostro Paese si ritrova fare da apripista. Con tutti gli onori e gli oneri che ciò comporta

27 Giu 2014

Guido Scorza

E’ stato trasmesso a Bruxelles per raccogliere il parere della Commissione europea lo schema di Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che disciplina il rilascio a tutti i cittadini e le imprese che la richiederanno dell’identità digitale, un “codice magico” – o un “pin” per dirla con le parole del Capo del Governo, Matteo Renzi – che consentirà di farsi riconoscer online dalla pubblica amministrazione o da qualsiasi altro fornitore di qualsiasi genere di beni o servizi.

Il sistema pubblico di gestione dell’identità digitale – SPID in acronimo – è, probabilmente, una delle più preziose eredità che il Governo di Enrico Letta ha consegnato a chi ha preso il suo posto a Palazzo Chigi perché si tratta di uno straordinario strumento abilitante per trasformare il sogno dell’agenda digitale in una realtà solida e concreta.

L’idea alla base dello SPID è tanto semplice quanto rivoluzionaria e risolve uno dei principali problemi nella “virtualizzazione” di qualsiasi operazione – tra privati o tra privati ed amministrazione –: quello di consentire ai soggetti coinvolti nella transazione di identificarsi in maniera sicura così da potersi fidare davvero e perfezionare l’operazione senza bisogno di esibire documenti di identità o firmare fogli di carta.

L’identità digitale servirà esattamente a questo ovvero a consentire a chiunque di noi di presentarsi sulla porta di un sito di commercio elettronico, all’ingresso di un socialnetwork o, magari, allo sportello “virtuale” di un’amministrazione e farsi riconoscere in modo inequivoco dall’amministrazione o dal fornitore di servizi che, in modo del tutto automatizzato, potrà sapere di noi – in tempo reale ed in modo “certificato” – chi siamo, chi rappresentiamo o che professione esercitiamo.

Ma come funzionerà SPID?

Semplice come bere un bicchier d’acqua o, davvero, poco più difficile: chiunque potrà rivolgersi ad uno qualsiasi dei fornitori di identità digitali che chiederanno di accreditarsi presso l’Agenzia per l’Italia Digitale – che il Decreto individua come il riferimento istituzionale – e dimostreranno di possedere gli stringenti requisiti necessari a prendersi cura dell’identità degli italiani e ottenere, previa identificazione, l’attribuzione di un pin che gli consentirà di vedersi aprire tante porte online.

Ai gestori dell’identità digitale toccherà garantire che ogni “codice magico” appartenga esattamente al cittadino al quale è stato attribuito e che quest’ultimo sia proprio chi il codice racconta essere.

Per cercare qualcosa di simile tra gli strumenti già in circolazione, si può guardare al sistema delle firme digitali con la differenza che – proprio come suggerisce il nome – mentre una firma si associa ad un documento e serve, appunto, per firmare, un’identità – se digitale – si associa “solo” ad un accesso e serve, essenzialmente, per farsi riconoscere o far riconoscere talune qualità che si posseggono.

E’ proprio per questa sua destinazione a rendere riconoscibili, in modo forte ed affidabile, le “proiezioni digitali” di noi stessi nel contesto telematico che – anche se questo sarà il mercato a deciderlo – l’identità digitale potrebbe contribuire a risolvere tanti problemi legati a fenomeni che, a torto o a ragione, si è spesso detto essere derive della facilità con la quale, in Rete, ci si può muovere in forma anonima.

Appena il Decreto SPID sarà in vigore, i giornali, ad esempio potranno chiedere ai loro utenti di farsi riconoscere con un’identità digitale prima di postare qualsiasi genere di commento e, altrettanto, potranno fare i gestori di servizi di socialnetwork e quelli dei forum di discussione.

In questo modo, gli utenti pur continuano a poter scegliere se postare un contenuto in forma anonima o firmandosi con nome e cognome saranno avvertiti che, qualora dovessero violare i diritti di qualcuno attraverso condotte di una certa gravità, SPID consentirà facilmente alle Autorità di identificarli e chiamarli a rispondere delle proprie responsabilità.

Siamo, forse, alla vigilia di una piccola grande rivoluzione nella quale il nostro Paese si ritrova a giocare un ruolo da pioniere con tutti gli onori e gli oneri che ciò comporta.

Guai, naturalmente, a nascondere che SPID sia una stella piena di luce e senza ombre: questioni di privacy, di concorrenza tra i fornitori di identità digitali che si troveranno a confrontarsi su un mercato che non è chiaro se e quanto sarà davvero ricco in un Paese digitalmente tanto povero e l’innegabile rischio che si è scelto di correre affidando una proiezione dell’identità anagrafica di un individuo nelle mani di un soggetto privato, probabilmente non mancheranno di dare filo da torcere a giuristi, istituzioni e, soprattutto, all’Agenzia per l’Italia digitale che, anche per questo, ha bisogno, il prima possibile, di un Direttore Generale capace e autorevole.

Nota di trasparenza: sono stato membro della task force della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ha scritto il primo schema del Decreto SPID e, quindi, nonostante ogni sforzo di obiettività entusiasmo e orgoglio, alla vigilia della nascita delle prime identità digitali, potrebbero aver condizionato la tastiera.