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LO STUDIO

Smart working off limits per la PA: può sceglierlo solo il 2% dei dipendenti

I dati della ricerca dell’università di Tor Vergata: il 43% di chi ha tra i 50 e i 60 anni disponibile al telelavoro, contro il 13% degli under 40. Tagliavini (Federmanager): “Dovrebbe essere una chiave della riforma Madia”

20 Apr 2015

Flavia Gamberale

La pubblica amministrazione italiana continua ad essere poco “smart”. Secondo le ultime elaborazioni su dati statistici del Dipartimento d’Ingegneria d’impresa dell’università di Tor Vergata, la percentuale di uffici pubblici che adotta lo smart working, ossia che dà la possibilità di propri dipendenti di lavorare da casa o in sedi diverse da quelle aziendali, si attesta leggermente al di sotto del 2%.

E tra i già pochissimi “estimatori” del telelavoro non brilla certo la presenza dei giovani. Gli under 40 che scelgono di lavorare fuori dall’ufficio sono il 13%, mentre nelle fasce d’età più alte si riscontra un maggior interesse nei confronti di questa formula.

La percentuale dei teleworkers che hanno tra i 50 e 60 anni e sono quindi prossimi alla pensione sale al 43%, mentre quella di coloro che hanno tra i 40 e i 50 si attesta al 34%. Chi beneficia di più dello smart working è, però, la categoria degli ultrasessantenni, che comunque rappresentano solo il 2% della forza lavoro nella Pa, e la cui adesione si attesta al 10%.

Insomma, paradossalmente le forme innovative di lavoro sembrano essere apprezzate dai più anziani.

I dati, anticipati a Corcom e contenuti nell’elaborazione su dati statistici a cura dell’Università di Tor Vergata sull’adozione dello smart working nella Pa, saranno analizzati e discussi durante il convegno “Competenze digitali e smart working”, organizzato da Federmanager oggi a Napoli presso la sede dell’università Parthenope.

Numeri che raccontano in qualche modo un ritardo tutto italiano verso l’adozione di una modalità di lavoro più moderna, nonostante l’Italia abbia sfornato ben tre leggi, dalla prima targata Bassanini del ‘98, passando per il Decreto legge 178 del 2012, fino al più recente Jobs Act, che sulla carta favoriscono lo smart working.

“Il fatto che il telelavoro sia preferito da coloro che sono prossimi alla pensione e snobbato dai più giovani con una carriera tutta da costruire è indicativo”, sottolinea Marco Vari, docente del Dipartimento d’ingegneria d‘impresa dell’università di Tor Vergata. “La chiave di lettura che possiamo darne è che all’interno delle aziende prevalga una cultura che lega la produttività del dipendente alla maggior permanenza in ufficio. Quindi i lavoratori che ancora devono affermarsi e ottenere una posizione, dunque i giovani, tenderebbero e vedere meno di buon occhio la possibilità di lavorare in remoto, magari per paura di essere presi meno in considerazione dai propri superiori”.

Una visione tutta made in Italy, visto che già alla fine del secolo scorso Svezia, Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito contavano più del 10% di telelavoratori.

Secondo Federmanager, che da tempo sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione verso questo tema, il nostro Paese sconta gli effetti di un approccio sbagliato rispetto all’argomento del telelavoro.

“Si pensa ancora che lo smart working debba essere adottato su base volontaria e considerato come uno strumento di welfare a favore di particolari categorie, come le lavoratrici madri oppure i portatori di handicap o di dipendenti con una qualche patologia. In realtà, lo smart working non dovrebbe essere un elemento opzionale ma trovare un’organica legittimazione e regolamentazione nei contratti collettivi di categoria. Soprattutto, bisognerebbe che diventasse una capitolo importante della riforma della Pubblica amministrazione”, dichiara Guelfo Tagliavini, coordinatore nazionale di Federmanager per l’Agenda digitale.

I vantaggi dell’adozione di questo modello, per Federmanager, sarebbero soprattutto di natura economica. Lavorare fuori dall’ufficio, oltre che contribuire ad aumentare la produttività dei dipendenti, comporterebbe anche un notevole risparmio di costi per le aziende.

“Stimiamo che le imprese e gli enti pubblici potrebbero risparmiare circa 4mila euro all’anno per impiegato. Verrebbero meno, infatti, tutte quelle spese di utilities, dall’acqua, al gas alla luce, passando per i buoni pasto. Gli stessi uffici ottimizzerebbero il 40% del loro spazio e i lavoratori potrebbero gestire il proprio tempo in maniera più autonoma”, spiega Vari.

E il rischio alienazione? “Non ci sarebbe questo pericolo”, argomenta il docente, “perché si telelavora solo qualche giorno a settimana, non sempre”.

Certo, per adottare un modello del genere occorre una buona connessione ad Internet. Quindi rimane centrale il tema della digitalizzazione del Paese. “I costi per l’infrastruttura tecnologica sono relativi”, avverte però Vari.

Nell’attuale situazione di spending review, a beneficiare di un simile modello organizzativo potrebbe essere proprio la pubblica amministrazione, che ad oggi, però, come dimostrano i dati nazionali, sembra ancora non aver imboccato questa strada.

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