L'EVENTO

Via a Forum PA 2020, con lo smart working più innovazione e meno sprechi

Ingenti i risparmi della PA dalla fase di lockdown e quelli stimati se si riuscirà a convertire al lavoro agile a regime almeno il 40% dei dipendenti pubblici. Il ministro Dadone: “Faremo attenzione alla diversa natura delle amministrazioni e i dirigenti vanno responsabilizzati”. Ma l’arretramento degli investimenti in formazione rischia di penalizzare la strategia

06 Lug 2020

Mila Fiordalisi

Direttore

Da un lato la “potenza” dello smart working in quanto strumento taglia-sprechi, dall’altro un netto calo degli investimenti in formazione che rischia di compromettere la corsa digitale della Pubblica amministrazione italiana: è una fotografia in chiaro-scuro quella che emerge dal Rapporto presentato in occasione della giornata inaugurale di “Forum PA 2020 – Resilienza digitale”, la manifestazione dedicata ai temi dell’innovazione e della trasformazione digitale come risposta alla crisi, organizzata da Fpa (Gruppo Digital360) che andrà in scena fino all’11 luglio in un’edizione totalmente online.

“Lo smart working nell’emergenza covid-19, nonostante le difficoltà, ha rappresentato un’occasione straordinaria per scongelare una PA orientata più all’adempimento burocratico che ai risultati, ma anche per testare una significativa riduzione di sprechi e di costi – sottolinea Gianni Dominici, direttore generale di Fpa – L’obiettivo di almeno 40% di dipendenti in smart working per 2-3 giorni alla settimana rappresenta da un lato una grande opportunità di introdurre una nuova cultura basata sull’innovazione, dall’altro una spinta perché la PA possa raggiungere importanti traguardi di sostenibilità”.

In dettaglio il ricorso (forzato) allo smart working durante l’emergenza covid-19 per la gran parte dei dipendenti pubblici è stata un’esperienza positiva, che ha portato – secondo un recente sondaggio di Fpa – in qualche caso addirittura a un aumento di produttività: per 7 lavoratori su 10 è stata assicurata totale continuità al lavoro, per il 41,3% l’efficacia è persino migliorata; per il 61% la nuova cultura di flessibilità e cooperazione prevarrà anche finita l’emergenza. Ma lo smart working ha significato anche una notevole riduzione di sprechi, quantificabili in 135 milioni di ore di spostamenti in meno nei tre mesi di lockdown, pari a 1 miliardo di km non percorsi, 400 milioni di euro di benzina risparmiati e 127mila tonnellate di CO2 in meno nell’atmosfera, oltre al 30% di costi in meno a carico della PA tra consumi energetici, gestione delle mense e pulizie dei locali. Se, come indicato dal Ministro della PA Fabiana Dadone, si riuscirà a raggiungere l’obiettivo di almeno il 40% di dipendenti in smart working per 2-3 giorni alla settimana, si potrebbero risparmiare – stima l’indagine di Fpa –  128 milioni di ore di spostamenti, 121mila tonnellate di CO2 nell’atmosfera, 384 milioni di euro di carburante e oltre 1 miliardo di km l’anno.

Puntiamo a mantenere lo smart working non in maniera ordinaria come nella fase emergenziale, ma tra qui e fine anno per il 50% dei lavoratori che svolgono attività eseguibili in modalità agile. E da gennaio al 60% attraverso il Pola (Piano organizzativo del lavoro agile). Non si può dare dall’alto una percentuale fissa per tutti, va calata sulla diversa natura delle varie amministrazioni, anche sul diverso livello di digitalizzazione. Dobbiamo responsabilizzare il dirigente che deve individuare le attività eseguibili in modalità agile. Non c’è nulla di centralizzato o burocratico. Il processo va poi improntato sul risultato”:  ha sottolineato il ministro per la Pa, Fabiana Dadone, intervenendo a ForumPA 2020.

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Sul cammino “digitale” italiano ci sono però ostacoli importanti: se da un lato il numero dei laureati nella PA, è salito a 1,3 milioni nel 2018, +42% rispetto a 15 anni prima dall’altro sono arretrati gli investimenti in formazione: sono diminuiti del 41% dal 2008 al 2018, assestandosi ad appena 48 euro di spesa per ogni dipendente. In pratica, poco più di una giornata di formazione a testa in un anno nella media generale, che scende addirittura a mezza giornata l’anno per ogni dipendente dei ministeri, tre ore l’anno nella scuola.

“Come certifica anche il Desi, l’indice della Commissione europea che nel 2020 ci colloca al 25º posto fra 28 Stati Ue nell’attuazione dell’Agenda digitale, l’Italia è ancora ben poco digitale – sottolinea Andrea Rangone, Presidente di Digital360 -. E anche la PA italiana è in ritardo, come ha dimostrato chiaramente l’emergenza covid-19: solo quelle amministrazioni che avevano già investito in digitalizzazione e capitale umano sono state reattive alla crisi e in grado di continuare a lavorare anche in smart working. La trasformazione digitale della PA è fondamentale per la ripartenza del Paese e passa anche dalla crescita delle competenze digitali dei dipendenti pubblici, sulla cui formazione si registra purtroppo ancora un gap da recuperare”.

L’indagine fotografa anche il calo del personale: nel decennio 2008-2018 la PA italiana ha perso circa 212mila persone, pari al 6,2% del personale. Le amministrazioni più colpite sono state le Regioni e le autonomie locali, che hanno visto ridursi 100mila dipendenti, pari al 19,5% dei propri lavoratori. Seguono la Sanità, con -41mila addetti, e i Ministeri, con -36mila. Saldo positivo, invece, per gli Enti di ricerca, che hanno inserito circa 5.800 nuove risorse (+33,3%), i Vigili del Fuoco, aumentati di 2.650 unità (+8,3%), e le Autorità indipendenti (+64,8%). E la PA italiana continua inoltre a invecchiare: l’età media sale a 50,7 anni, 51,3 per le donne e 49,9 per i colleghi, sette anni in più dal 2001 a oggi. Le amministrazioni più anziane sono quelle centrali, con un’età media di 54,3 anni, mentre i più giovani sono i lavoratori in regime di diritto pubblico (44 anni), fra cui incide molto la presenza dei giovanissimi delle forze armate.

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