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LA SENTENZA

Telecamere “nascoste”, la Corte Europea: “Non sempre violano la privacy”

I giudici: “Non c’è illecito se le riprese vengono utilizzate per scoprire gravi frodi”. Il Garante Antonello Soro: “Ma i controlli devono essere proporzionati e non possono diventare una prassi”

17 Ott 2019

A. S.

Installare telecamere nascoste in ufficio senza avvertire i dipendenti non è più un tabù. Almeno nel caso in cui il datore di lavoro abbia fondati sospetti che i lavoratori lo stiano derubando, e gli ammanchi siano notevoli. A stabilirlo è la la Grande camera della corte europea dei diritti umani, che ha emesso oggi la sentenza definitiva sul caso che si è verificato in un supermercato in Spagna, dove alcuni dipendenti sono stati licenziati dopo che – proprio grazie alle riprese – l’azienda li aveva sorpresi a rubare o a rendersi complici di furti.

Il caso risale al 2009, quando un dirigente di un market vicino a Barcellona, preoccupato dai continui ammanchi nelle scorte, con perdite che erano arrivate a più di 80mila euro, aveva deciso all’insaputa dei dipendenti di installare una serie di telecamere nei locali: alcune visibili, corrispondenti alle uscite del supermercato, e altre nascoste che puntavano anche sulle casse.

Questo portò all’identificazione degli autori dei furti, che però fecero ricorso lamentando la violazione della loro privacy. L’iter giudiziario ha portato nel tempo i tribunali spagnoli a non accogliere le loro richieste, e gli appelli sono nel tempo arrivati fino a Strasburgo, che si era pronunciata lo scorso anno in primo grado e ha appena confermato la decisione con la sentenza definitiva.

Secondo i giudici della Corte europea nel caso specifico non ci sarebbe stata nessuna violazione dei diritti dei lavoratori, dal momento che la misura decisa dall’azienda era motivata da sospetti circostanziati e gravi ammanchi. La videosorveglianza, puntualizza la sentenza, è inoltre proseguita soltanto per 10 giorni, ed era rivolta ad aree aperte al pubblico, mentre i filmati sarebbero stati analizzati soltanto da un numero di persone ristretto e per uno scopo preciso.

“La sentenza della Grande Camera della Corte di Strasburgo se da una parte giustifica, nel caso di specie, le telecamere nascoste, dall’altra conferma però il principio di proporzionalità come requisito essenziale di legittimazione dei controlli in ambito lavorativo – commenta Antonello Soro, presidente del Garante per la Privacy – L’installazione di telecamere nascoste  sul luogo di lavoro è stata infatti ritenuta ammissibile dalla Corte solo  perché, nel caso che le era stato sottoposto, ricorrevano determinati presupposti: vi erano  fondati e ragionevoli sospetti di furti commessi dai lavoratori  ai danni del patrimonio aziendale, l’area oggetto di ripresa, peraltro aperta al pubblico, era alquanto circoscritta, le videocamere erano state in funzione per un periodo temporale limitato, non era possibile ricorrere a mezzi alternativi e le immagini captate erano state utilizzate soltanto a fini di prova dei furti commessi”.

“La videosorveglianza occulta è, dunque, ammessa solo in quanto extrema ratio, a fronte di ‘gravi illeciti’ e con modalità spazio-temporali tali da limitare al massimo l’incidenza del controllo sul lavoratore – conclude Soro – Non può dunque diventare una prassi ordinaria. Il requisito essenziale perché i controlli sul lavoro, anche quelli difensivi, siano legittimi resta dunque, per la Corte, la loro rigorosa proporzionalità e non eccedenza: capisaldi della disciplina di protezione dati la cui ‘funzione sociale’ si conferma, anche sotto questo profilo, sempre più centrale perché capace di coniugare dignità e iniziativa economica, libertà e tecnica, garanzie e doveri”.

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