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L’ANALISI

Snowden: “Internet è servizio pubblico: dovrebbe essere libero”

L’ex informatico della Cia intervistato da Repubblica: “Quando Zuckerberg invecchierà si guarderà indietro e si rammaricherà di non aver usato le risorse di cui dispone per qualcosa di più nobile”

13 Set 2019

A. S.

“Credo che quando Zuckerberg invecchierà, si guarderà indietro, vedrà il suo fascicolo personale e si rammaricherà di non aver usato le risorse di cui oggi dispone per qualcosa di più nobile, che non vendere più pubblicità”. Lo dice in un’intervista a Roberto Saviano per Repubblica Edward Snowden, l’ex informatico della Cia che ha rivelato il funzionamento dei programmi di sorveglianza utilizzati dalla National security agency americana.

“I cittadini oggi sono meno consapevoli di ciò che accade nelle nostre democrazie e, invece di essere soci della rete, sono diventati oggetto della rete – prosegue Snowden, che ha appena pubblicato il libro ‘Errore di sistema’  – Non credo che possiamo riportare le cose come erano un tempo, ma penso che possiamo ricordare che esistono dei valori e rispettarli”.

“Per capire il motivo per cui Internet è diventato quello che è oggi, dobbiamo ragionare in termini di servizio pubblico – sottolinea – Tu paghi l’acqua e le società che gestiscono servizi idrici non pensano a come la usi. La stessa cosa vale per l’elettricità. Ma quando si parla di Internet, o di qualsiasi forma di comunicazione che utilizzi Internet, come ad esempio le smart tv, non ti permettono di usare una banale connessione Internet che non possono controllare. C’è un’aggressiva resistenza alla crescita della crittografia. Vogliono poter vedere per cosa usi Internet e applicare tariffe diverse in base al traffico e ai siti che frequenti (…) Internet è stato trattato in maniera eccezionale e diversa da qualsiasi altro servizio pubblico”.

“So bene quale luogo tossico e insano sia diventato oggi il Web, ma dovete capire che per me, quando ci sono entrato in contatto per la prima volta, Internet era qualcosa di totalmente diverso – aggiunge – Era come un amico, un genitore. Tutti indossavamo delle maschere, eppure questa cultura dell”anonimato attraverso la polionimia’ produceva più verità che falsità, perché aveva un carattere creativo e cooperativo, più che commerciale e competitivo. Dopo la bolla (…) Le aziende capirono che le persone, quando si trovavano online, erano più interessate a condividere che a spendere, e che la connessione umana che Internet aveva reso possibile poteva essere monetizzata: dovevano semplicemente trovare il modo di inserirsi in questi scambi sociali e trarne profitto. Così è iniziato il capitalismo di sorveglianza, decretando la fine di Internet per come la conoscevo io”.

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