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IL CASO

Ethereum, l’allarme del fondatore Buterin: “E’ al limite di saturazione”

Il boom dell’alternativa ai BitCoin ha consumato rapidamente la capacità del sistema. “Il costo dell’elaborazione delle transazioni potrebbe ormai diventare eccessivo”. Un’emergenza simile si era già verificata due anni fa

27 Ago 2019

Antonio Dini

La blockchain è diventata una tecnologia sempre più importante e, sopra di essere, l’impiego per creare le criptovalute sta avendo ripercussioni planetarie sul corso delle differenti valute e il modo con il quale si scambiano e si assegna valore alle divise. Tuttavia, ci sono vari problemi. Quello in cui sta incorrendo l’Ethereum, forse la seconda più famosa e diffusa criptovaluta dopo i Bitcoin ma anche un sistema di libri mastri digitali basati su Blockchain per la condivisione sicura dei documenti, per il grande pubblico è inedito ma non per questo secondario.

La fine della capacità dell’Ethereum è stata annunciata la scorsa settimana dal co-fondatore, Vitalik Buterin, che ha notato che il costo dell’elaborazione delle transazioni eseguite nel token digitale Ether sulla blockchain sottostante potrebbe diventare troppo costoso per alcuni utenti.

L’utilizzo della rete di Ether ha raggiunto il livello del 90%, secondo il tracker Etherscan.io. Con l’aumentare dell’utilizzo, i costi delle transazioni potrebbero seguire l’esempio, facendo sì che i potenziali utenti aziendali esitino a utilizzare Ethereum, dice Buterin.

Anche due anni fa l’Ethereum si era “intasato”, quando il gioco digitale CryptoKitties era decollato. Poi, migliaia di Initial coin offer, le offerte di monete iniziali che si sono rivelate però per lo più truffe, hanno occupato sempre spazio sulla blockchain Ether. Più recentemente, tuttavia, quando la maggior parte degli Ico è fallita, un nuovo problema ha cominciato a piagare l’Ethereum: la controversa moneta conosciuta come Tether.

Negli ultimi 30 giorni, Tether ha pagato circa 260mila dollari in commissioni ai computer che elaborano transazioni sul libro mastro digitale di Ethereum, secondo Ethgasstation.info. È circa 17,5 volte più di CryptoKitties e sei volte più del più grande exchange distribuito al mondo, l’Idex.

L’uso di Tether è cresciuto perché è stata emessa un volume sempre maggiore di criptomoneta. La sua capitalizzazione di mercato ha recentemente superato i 4 miliardi di dollari, rispetto ai 2,7 miliardi di un anno fa, secondo CoinMarketCap.com. E almeno il 40% dei Tether sono sulla rete Ethereum, secondo la stima fatta lo scorso luglio da John Griffin, professore di finanza all’Università del Texas ad Austin. Secondo Coin Metrics, Tether è stato utilizzato nel 40% e nell’80% di tutte le transazioni su due dei principali exchange di criptovalute al mondo, Binance e Huobi.

Più Tether occupa capacità, più questo lascia meno per gli altri sviluppatori. Ethereum è stato lanciato come un Bitcoin migliore, dotato cioè di funzionalità extra che avrebbero consentito alle persone di automatizzare le attività e persino di creare le cosiddette “aziende autonome”, quelle cioè che funzionano esclusivamente nel software. Ma la maggior parte delle cosiddette “dapps” più popolari – le app progettate per queste reti – attualmente funzionano su registri digitali concorrenti, secondo il tracker DappRadar.com.

Secondo Jeff Dorman, Chief Investment Officer di Arca, un gestore patrimoniale con sede a Los Angeles che investe in criptovalute e altri token digitali, molti sviluppatori per adesso stanno lontani da Ethereum, aspettando che modifichi la sua tecnologia per aumentare la capacità della rete.

“La principale conseguenza oggi – dice Dorman – è semplicemente che gli sviluppatori possano essere incentivati ad aspettare fino a quando non si verificherà questa transizione, e solo a quel punto impegnarsi a fondo su Ethereum. Tether non aiuta”.

Ethereum sta ancora lavorando per capire come arrivare alla sua ambiziosa nuova versione di Ethereum, la 2.0, che richiede una revisione profonda della tecnologia che secondi alcuni potrebbero non funzionare.

Ethereum impiega attualmente un tipo di operatori chiamati “minatori” per verificare le transazioni – una configurazione utilizzata anche da Bitcoin – ma passerebbe a un modo completamente differente di verificare le transazioni, chiamato “staking”, cioè “picchettamento”. Anche tecniche, come lo “sharding”, in cui determinati gruppi di computer che tengono traccia di solo determinate transazioni rispetto a tutte le transazioni sulla rete, dovrebbe aiutare a diminuire il carico di lavoro complessivo. Ma questa transizione tecnologica “non è una garanzia di successo ed è comunque ancora lontana, all’orizzonte”, ha detto Dorman.

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