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4G, ce la faranno le Telco ad ottenere i permessi?

L’esperienza del 3G non lascia ben sperare, vista la difficoltà per gli operatori di ottenere il via libera all’installazione dei trasmettitori. Ancora molti i dinieghi, l’Lte rischia di essere frenato

28 Nov 2011

La normativa sulle emissioni elettromagnetiche ha già creato e
continua a creare problemi con l’installazione delle antenne per
l’espansione delle reti 2G e 3G. E la situazione potrebbe
ulteriormente complicarsi in vista del roll out delle reti Lte, che
nei prossimi anni peseranno per diversi miliardi di euro sulle
casse dei gestori, che hanno già speso 4 miliardi per l’acquisto
delle frequenze Lte.

La normativa in vigore sulle emissioni elettromagnetiche (il Dpcm
luglio 2003), con il limite di 6 V/m, crea già grosse difficoltà:
già adesso è difficile per gli operatori ottenere i permessi per
adeguare i siti di trasmissione esistenti, e passare dai due
trasmettitori necessari per il 2G ai tre trasmettitori necessari
quelle di terza generazione. Figurarsi cosa potrà accadere con il
4G, quando da 3 trasmettitori per sito si dovrà passare a 6 per
poi aumentare progressivamente le risorse salendo fino a 12
trasmettitori per garantire la gestione del crescente traffico
dati.

Gli operatori hanno già incassato in media il 2% di dinieghi
nell’ultimo anno per il semplice passaggio dal 2G al 3G. E già
prevedono che per il roll-out del 4G ottenere i permessi non sarà
una passeggiata. Fra le ipotesi in campo quella di sostituire i
trasmettitori già esistenti: un’ipotesi che però rappresenta
l’ultima spiaggia considerati i costi elevati per operazioni di
questo tipo. Ma per evitare l’impasse burocratica è necessario
comunque pensare a un piano B.

E laddove non si potrà optare per questa soluzione – vuoi per
questioni tecniche vuoi per la crescita insostenibile dei costi – a
farne le spese saranno gli utenti finali: se le autorizzazioni non
ci saranno non sarà possibile garantire la copertura del segnale
nelle aree oggetto della gara Lte.

Dal punto di vista normativo è per ora tramontata l’ipotesi di
modifica della legge italiana sulle emissioni elettromagnetiche, i
cui limiti di 6 V/m sono i più bassi dell’Ue. La proposta di
modifica era contenuta nella bozza del decreto sviluppo, finito nel
cassetto con la fine del Governo Berlusconi.

Una proposta però duramente criticata da Ispra (Istituto Superiore
per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e Arpa (Agenzia
Regionale per la Protezione Ambientale), contrarie all’ipotesi di
adeguamento degli strumenti di misurazione delle emissioni
elettromagnetiche. La modifica non sarebbe necessaria – sostengono
i due enti – “poiché l’attuale normativa consente già la
realizzazione delle nuove reti”.

Ma secondo le telco l’esperienza sul campo con il 2G e il 3G già
da sola smentisce la tesi. Il limite dei 6 V/m crea difficoltà
soprattutto a livello di pertinenze esterne degli edifici, quali
balconi, terrazzi condominiali, lastrici solari.

E ci sono anche problemi di interferenze dovuti alla presenza di
“barriere” architettoniche, come ad esempio la presenza di
lavatoi sopraelevati o torrini adibiti ad altre funzioni sui tetti
degli edifici che “depotenziano” il segnale. Quindi ciò
significa che molti impianti esistenti non potranno essere
utilizzati per l’installazione di ulteriori trasmettitori, quelli
necessari per garantire il segnale 4G.

Le difficoltà per le telco dunque non mancheranno. E la questione
non si esaurisce al tema delle interferenze. C’è anche un
problema con le misurazioni delle emissioni: le strumentazioni
attualmente utilizzate non sono “standard” a livello nazionale,
ossia ciascuna Regione utilizza quella che ritiene più consona con
discrepanze sul fronte dei risultati finali effettivi.

Il decreto sviluppo puntava a uniformare le misurazioni prevedendo
l’uso di valutazioni standard attraverso l’elaborazione di
norme tecniche condivise, come quelle elaborate dal Cei (Comitato
elettrotecnico italiano) e soprattutto cercando di dare una chiave
di lettura univoca alle valutazioni. Che non sono affatto scontate.
Oggi alcune Arpa regionali, fra cui la Toscana, interpretano in
modo arbitrario gli obiettivi di qualità riducendo a 3 V/m la
soglia delle emissioni in alcune situazioni dimezzando quindi i
limiti fissati dalla legge, quelli dei 6 V/m.