5G, emendamento di Italia Viva per alzare i limiti elettromagnetici - CorCom

IL CASO

5G, emendamento di Italia Viva per alzare i limiti elettromagnetici

La modifica al decreto sulla governance del Pnrr mira ad adeguare il livello di emissioni ai valori europei. Si punta a velocizzare la roadmap ed abbattere il numero di antenne sul territorio

05 Lug 2021

Veronica Balocco

Italia Viva, il partito di Matteo Renzi, si schiera dalla parte del ministro dell’Innovazione tecnologica Vittorio Colao nella battaglia per alzare i limiti all’elettrosmog e adeguarli così al resto d’Europa. A favore dell’ex ceo di Vodafone, sostenitore della necessità di “adeguare i livelli di emissione elettromagnetica in Italia ai valori europei, oggi circa 3 volte più alti e radicalmente inferiori ai livelli di soglia di rischio”, c’è ora un emendamento (inserito nella short list degli “irrinunciabili”) di Italia Viva al disegno di legge che dispone la conversione del decreto-legge del 31 maggio, avente ad oggetto la governance del Pnrr e le “prime misure di rafforzamento delle strutture amministrative e di accelerazione e snellimento delle procedure”.
La proposta, in particolare, prevede di inserire un comma che, di fatto, manda in soffitta la normativa attuale sui limiti italiani all’elettromagnetismo.

La scelta “restrittiva” dell’Italia

Le raccomandazioni sui limiti di esposizione ai campi elettromagnetici sono suggerite da linee guida internazionali di Icnirp (la Commissione internazionale perla protezione dalle radiazioni non ionizzanti che è un ente di diritto privato riconosciuto dalla Ue) e dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Le linee guida sono state emesse nel 1998 e successivamente aggiornate a marzo 2020. Secondo queste, il limite di esposizione per la popolazione è stato individuato considerando il valore minimo a cui si sono verificate evidenze di effetti e dividendo tale valore per 50.
Paesi come Francia, Regno Unito e Germania hanno seguito tali linee guida, che ad esempio per le frequenze utilizzate per il 4G prevedono un limite di 61 volt al metro, mentre Grecia e Belgio, per esempio, hanno scelto limiti più bassi (rispettivamente 47 e 31 volt al metro).

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L’Italia ha adottato invece limiti più stringenti: 6 volt/metro nelle aree con una forte densità di persone. A fine marzo la Relazione sul Recovery votata dal Parlamento, con le osservazioni al governo, era stata chiara: “Si valuti l’opportunità di adeguare gli attuali limiti italiani sulle emissioni elettromagnetiche a quelli europei”, chiedeva su suggerimento dell’Antitrust.
Ora, in linea con l’istanza presentata tempo fa da Colao all’allora premier Giuseppe Conte, Iv promuove il superamento della normativa chiedendo di innalzare il limite a 61 Volt per metro.

Due gli obiettivo dell’emendamento: il primo velocizzare la roadmap delle installazioni, riducendo il numero di antenne attualmente necessario alla quinta generazione mobile; il secondo abbattere ostacolo burocratici legati all’elevato numero di antenne.

Armonizzare i limiti: gli effetti

Rivedere i limiti in vigore in Italia e armonizzarli a quelli dei partner europei e dei principali competitor internazionali, in linea con le raccomandazioni Icnirp, comporterebbe numerosi benefici per il Sistema Paese.

Sul fronte sanitario va evidenziato che le reti potrebbero funzionare con potenze di trasmissione più omogenee permettendo a smartphone e tablet di agganciarsi prevalentemente alle antenne più vicine, con emissioni inferiori da parte dei dispositivi ai quali sono più esposti gli utilizzatori. Impatti positivi anche sul fronte paesaggistico e ambientale con la possibilità di utilizzare un numero inferiore di antenne con un minore “ingombro” sul paesaggio; inoltre un numero inferiore di impianti implicherebbe un consumo ridotto di energia elettrica, con meno emissioni di gas climalteranti, e di suolo.

Meno oneri burocratici: ci sarebbero meno richieste all’amministrazione pubblica e quindi impatto ridotto sugli uffici, che possono lavorare in modo più rapido ed efficiente.

C’è poi l’effetto economico: un minore fabbisogno di investimenti privati che contribuirebbe a consolidare la presenza di investitori esteri e aumenterebbe la marginalità del settore e anche la possibilità di investire maggiori risorse in ambiti come la ricerca e la sostenibilità.

Si tratta di una riforma a costo zero, di quelle che le istituzioni europee sollecitano con decisione in abbinamento alle politiche di bilancio. La revisione, pertanto, contribuirebbe al miglioramento della reputazione del Paese nel contesto dei rapporti diplomatici in seno alle istituzioni europee. La mancata revisione mette a repentaglio l’efficacia del 5% del Pnrr.

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