5G, in Italia serviranno più antenne. È il “prezzo” della normativa - CorCom

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5G, in Italia serviranno più antenne. È il “prezzo” della normativa

I limiti stringenti sull’elettrosmog impongono una maggiore quantità di infrastrutture. Un paradosso nostrano che alimenta i timori dei piccoli Comuni sulle questioni legate alla salute anche sull’onda delle fake news. Eppure sono proprio le piccole realtà a necessitare maggiormente della banda ultralarga mobile

17 Apr 2020

Mila Fiordalisi

Direttore

L’emergenza Coronavirus sta portando i nodi al pettine. In Italia la diffusione della banda ultralarga è ancora troppo limitata. Le misure messe in campo dal Governo per consentire alle telco di accelerare sulla posa delle reti in fibra – misure accompagnate da quelle dell’Agcom – non saranno sufficienti a garantire un livello di connettività soddisfacente in tutta Italia. È sulle tecnologie mobili che bisognerà puntare per colmare il digital divide in particolare nelle aree più remote del Paese e laddove la posa della fibra non sarà possibile a causa di difficoltà legate all’orografia del territorio. Ed è sul 5G che sono puntati i riflettori.

Nonostante il nostro Paese sia stato pioniere a livello mondiale sul fronte delle sperimentazioni, la macchina rischia ora di impantanarsi: le fake news che continuano a proliferare sulla pericolosità delle onde elettromagnetiche per la salute umana e che nelle ultime settimane hanno registrato un’impennata dovuta ai presunti legami fra la diffusione delle nuove reti mobili e quella del Coronavirus, non aiutano di certo. La crescente costituzione di comitati e gruppi anti-5G (in particolare online) rischia non solo di rallentare i lavori ma addirittura di bloccarli in particolare a livello di piccoli territori, ossia proprio dove il 5G può fare la differenza. A peggiorare la situazione c’è anche la scarsa conoscenza della materia da parte delle amministrazioni locali. Proprio su questo tema si sono accesi i riflettori di un webinar organizzato dall’Uncem che ha visto protagonisti numerosi rappresentanti dei Comuni italiani nonché il professor Umberto Pasquino e il presidente dell’Anfov Umberto De Julio, chiamati ad approfondire le questioni tecniche ed economiche.

120 piccoli Comuni coinvolti nella partita 5G

“Sono 120 i piccoli Comuni coinvolti nell’attuazione del Piano nazionale 5G. Uno specifico intervento per ridurre il digital divide”, ha esordito il presidente di Uncem Marco Bussone ricordando che ammontano a oltre 1.200 i comuni che registrano problemi di accesso alla telefonia mobile. “In troppe parti del paese uno o più operatori hanno difficoltà a garantire segnali adeguati. Per non parlare della mancanza di banda larga fissa. Un divario digitale di cui il paese si è accorto soprattutto in questi giorni con l’emergenza sanitaria e che impone dunque alla politica di mettere al più presto questi temi nell’agenda della ripresa”. Secondo Bussone gli ostacoli sono legati anche e soprattutto alla carenza di informazioni da parte dei Comuni “a cui si aggiungono le fake news o le informazioni controverse e oggetto di contrasti anche nella comunità scientifica. Dobbiamo riuscire a dare un quadro il più corretto e definito possibile”.

Elettrosmog, il 5G è più “potente”? Un falso tecnico

Al di là delle fake news legate al Coronavirus c’è una questione che da tempo viene dibattuta e sulla quale continua a incentrarsi il dibattito: la “potenza” del segnale 5G. A fare chiarezza sulla questione Nicola Pasquino, docente dell’Università di Napoli, esperto di 5G. “Il tema è spinoso, tecnicamente complesso e per questa ragione si presta ad essere oggetto di cattiva informazione, spesso in modo strumentale”.

Il 5G è un sistema cellulare che usa le stesse frequenze della seconda, terza e quarta generazione a cui aggiunge una banda molto più alta – i 26 GHz – “su cui purtroppo si sta concentrando la preoccupazione”, evidenzia Pasquino. “Nelle città il 5G arriverà attraverso la banda dai 700 Mhz ai 3,7 Ghz. Da un punto di vista elettromagnetico non cambia dunque assolutamente nulla. La banda dei 26 GHz, che rientra nelle famigerate onde millimetriche, verrà invece utilizzata in ambienti molto ristretti: non sarà utilizzata per i territori ma sarà l’equivalente cellulare del wi-fi e adottata in ambienti chiusi come aeroporti, stazioni, centri commerciali. L’incidenza di questa banda sarà dunque irrilevante sul fronte elettrosmog”.

Pasquino ci tiene a intervenire sulla questione della “potenza”: “Si legge troppo spesso che al tema 5G corrisponderà un aumento di potenza, ebbene è un falso tecnico perché sui 26 GHz una copertura più piccola su estensione richiederà livelli di potenza più bassi, mentre per le altre bande i livelli di esposizione saranno mediamente, sia nello spazio sia nel tempo, più bassi rispetto a quelli dei sistemi cellulari esistenti”. Nel ricordare che la legge italiana prevede limiti 10 volte quelli della Ue (6 volt metro) e che non si applicano alla singola antenna ma corrispondono al contributo complessivo nello spazio in questione, Pasquino evidenzia inoltre che “l’analisi di impatto elettromagnetico fornita dalle telco ai Comuni in fase preliminare e quindi per ottenere le autorizzazioni alla posa delle antenne, serve a dimostrare che le strutture già esistenti in aggiunta a quelle nuove non superano i limiti”. Alla relazione delle telco si aggiunge poi la valutazione delle Arpa e degli stessi Comuni, attraverso un’attività di monitoraggio che serve a verificare che i limiti non vengano superati. “Quindi c’è un controllo ex ante e in itinere”, puntualizza il docente.

“Il superamento dei 6 volt avviene solo in strettissima corrispondenza delle stazioni radio base collocate in aree dove non ha accesso la popolazione”, aggiunge Pasquino accendendo i riflettori anche sulla questione degli “interessi” in campo. “Le telco non hanno alcun interesse a generare eccessiva potenza, per un motivo molto semplice: l’interferenza. Se due celle emettessero potenza troppo alta finirebbero per interferire fra loro”.

Limiti stringenti, più antenne in campo: il paradosso italiano

Vero è che però il 5G sarà più capillare. “A causa dei limiti imposti dalla normativa italiana sarà necessario un numero maggiore di antenne rispetto ad altri Paesi”.

Secondo una relazione presentata alla Camera dei deputati ad aprile dello scorso anno da Antonio Capone, docente di Telecomunicazioni al Politecnico di Milano, in media il 62% degli impianti risulta non espandibile con gli attuali limiti che proiettata a livello nazionale si traduce in 27.900 impianti. “Ci deve essere sana collaborazione fra amministrazioni locali, telco, e rappresentanza dei cittadini: solo così non ci saranno problemi dall’individuazione dei luoghi più opportuni e si evita così il passaggio caotico di informazioni e veti incrociati. Nelle città è più difficile mettere tutti allo stesso tavolo mentre nei Comuni più piccoli ciò è più semplice da attuare”, sottolinea Pasquino.

Un piano “Bul” anche per il 5G

Il 5G oltre ad essere un’innovazione tecnologica è anche e soprattutto una leva economica: “È tanto tempo che si parla di trasformazione digitale, le vicende che stiamo vivendo quotidianamente hanno determinato un’accelerazione straordinaria. Ciò di cui parliamo da mesi, da anni, in queste settimane lo stiamo vivendo”, sottolinea il presidente di Anfov Umberto De Julio. “Le raccomandazioni che stanno emergendo sulla fase 2 vedono lo smart working fra le priorità. Ci avviamo verso una società paperless. E la videoconferenza diventerà sempre di più la modalità per fare riunioni. Le resistenze al cambiamento, anche da parte delle persone più anziane o meno avvezze alle tecnologie, stanno crollando. E in tutto questo le soluzioni mobili domineranno e giocheranno un ruolo ancora maggiore”.

Secondo De Julio ciò di cui bisogna occuparsi oggi “è che nel futuro si stabilisca un modo diverso di approcciare la diffusione del 5G e delle nuove tecnologie”. Il modo “tradizionale” è stato di portare queste tecnologie inizialmente nelle grandi città, dove potevano riscuotere più successo in termini di clienti e di mercato per poi andare nella parte più periferica del paese. “Se pensiamo che queste infrastrutture diventano lo strumento non più solo per il mondo del consumer ma su cui veicolare la formazione a distanza, l’educazione, la telemedicina, il telelavoro, allora non si potrà più pensare che la disponibilità di infrastrutture nelle aree meno densamente popolate arrivi più tardi. Anzi dovrebbe arrivare persino prima vista la mancanza di servizi o la carenza di altre infrastrutture”, puntualizza il presidente di Anfov. “Certamente c’è in ballo la questione del ritorno di investimenti elevati in aree in cui il numero di utenze è limitato”. E secondo De Julio “qui deve intervenire lo Stato come avvenuto per la banda ultralarga fissa con un piano ad hoc”. Nell’ambito delle risorse che si stanno per destinare alla fase 2 della pandemia De Julio suggerisce di “porre il tema della diffusione del 5G nelle aree bianche”.

Limiti di esposizione ai campi elettromagnetici e sviluppo del 5G: la relazione di Antonio Capone

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