L'EDITORIALE

5G, tanto rumore per nulla. Indipendenza tecnologica? Semmai governance forte

Nemmeno americani e cinesi sono in grado di prodursi tutto in casa. Figuriamoci l’Europa che già sconta un gap notevole. Per non parlare dell’Italia. Il tema vero è garantire regole e standard chiari e stringenti a garanzia della tutela e della sicurezza dei dati. L’hardware conta poco, è la data economy la posta in gioco

25 Set 2020

Mila Fiordalisi

Direttore

Appare assolutamente prioritario perseguire una strategia di indipendenza tecnologica nell’ambito dell’Unione europea, con pieno impegno del Governo italiano a operare per assicurare il più pieno coordinamento delle varie iniziative europee adottate sia a livello legislativo sia a livello di realizzazione delle infrastrutture tecnologiche”: questo il passaggio della velina di Palazzo Chigi più “criptico” a seguito del vertice convocato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte per fare il punto sul 5G, che ha visto presenti i capidelegazione delle forze di maggioranza, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli.

Che cosa si intenda per “indipendenza tecnologica” non è dato sapere: le reti 5G devono vedere in campo solo soggetti europei? Dunque fuori i cinesi ma anche gli americani? Perché parliamoci chiaro quel che ruota intorno alla realizzazione delle reti e al loro funzionamento è fatto di numerose componenti, molte, la maggior parte in alcuni segmenti, prodotte al di fuori dell’Europa.

Medesimo ragionamento vale per il cloud, altra tecnologia finita nel mirino del Governo al punto che si ipotizza la realizzazione di un fantomatico “cloud di Stato” non si capisce bene in capo a quale soggetto nazionale  (bisognerebbe individuarne uno al quale affidare la realizzazione ex novo dei data center) e a quale filiera nazionale (anche in questo caso le componenti hardware, gli apparati, e quelle software sono al momento in capo perlopiù ad aziende extra-Ue). L’indipendenza tecnologica dunque appare difficilmente praticabile. Quel che è invece praticabile è la sovranità europea e anche nazionale in tema di regolamentazione e governance dei dati. Non a caso il progetto europeo Gaia-X punta a regole e parametri comuni sul fronte cloud e sugli open standard affinché tutti i soggetti interessati a parteciparvi (molte le aziende americane che hanno già aderito) consentano interoperabilità delle soluzioni e permettano dunque all’Europa, alla stregua di quanto fatto con il Gdpr di fissare paletti e regole.

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Ma torniamo al 5G.  “Il confronto ha condotto a una condivisa valutazione positiva dell’assetto normativo di cui l’Italia si è dotata negli ultimi tempi, che appare ben strutturato, orientato alla definizione e prescrizione di standard di sicurezza molto elevati, e idoneo a garantire un adeguato livello di protezione delle infrastrutture e delle reti di comunicazione di rilevanza strategica”, si legge nella velina di Palazzo Chigi. “Altrettanto condivisa è la piena consapevolezza dei potenziali rischi connessi alle nuove tecnologie” – ca va sans dire – “e della necessità di adottare sempre nuove iniziative che rafforzino il livello di protezione, avendo come primario criterio di riferimento la tutela della sicurezza nazionale”, ed è logico che sia cosi anche e soprattutto tenendo conto del nuovo pacchetto Ue, il cosiddetto “Toolbox” che mira ad un approccio comune sulla messa in sicurezza delle reti di quinta generazione mobile.

L’Italia è chiamata entro il 20 dicembre 2020 a indicare all’Europa ulteriori azioni in materia, ulteriori visto che il nostro Paese con la legge sul “perimetro cibernetico” si è già dotata di un impianto tecnico-normativo a protezione delle infrastrutture e che vige il Golden Power. I tasselli operativi, certo, vanno messi a punto. Ma siamo più che sulla buona strada. Il 30 settembre il Segretario di Stato americano Mike Pompeo sarà a Roma e non mancherà di fare pressing sull’Italia per escludere Huawei dalle reti 5G. Ma l’Italia è parte dell’Europa e dunque è e deve restare l’Europa il faro da seguire, al di là delle pressioni, da qualsiasi parte del mondo arrivino. Ed è con i Paesi Ue – Francia e Germania in primis – che va condivisa la linea sul da farsi, a garanzia della sovranità dei dati europea L’indipendenza tecnologica non ce l’hanno nemmeno gli americani né i cinesi. Figurarsi l’Europa, figurarsi l’Italia.

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