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L'INTERVISTA

Pane: “Le reti del futuro? Hanno un’anima italiana. R&D eccellenza mondiale”

Il direttore Ricerca e Sviluppo di Ericsson Italia: “Il 5G fa da trait d’union. Sviluppo di reti e app e cybersecurity le tre aree di maggior investimento”. E nella Software Academy si formano i migliori esperti sul campo

24 Ott 2018

Mila Fiordalisi

Condirettore

Dall’elettromeccanica analogica alla fotonica. Da un gruppo di 15 ricercatori impegnati nella messa a punto di una cella innovativa a una squadra di 700 persone al lavoro sulle più avanzate tecnologie di comunicazione, con focus speciale sul 5G. Da un piccolo laboratorio nel quartiere Eur a Roma a tre centri di ricerca – Pagani (Sa), Genova e Pisa – che fanno dell’Italia il polo di riferimento mondiale nell’ottica e la fotonica.

L’R&S di Ericsson in Italia vanta una storia lunga 40 anni, una storia fatta di successi e tappe importanti. “Sono stati approvati qualcosa come 600 brevetti, che vuol dire averne presentati dieci volte tanto. L’Italia è un vero fiore all’occhiello della ricerca mondiale di Ericsson e continuerà a far parlare di sé in particolare nel campo del 5G”, racconta a Corcom, Alessandro Pane, direttore R&S Ericsson Italia.

Pane, su cosa si sta concentrando in particolare l’attività di ricerca di Ericsson in Italia?

Nei tre centri di Genova, Pisa e Pagani le attività, seppur molto diverse fra loro, hanno un obiettivo comune: arrivare al traguardo 5G con le migliori tecnologie e sistemi di comunicazione. Partiamo da Genova, dove lavorano oltre 350 persone: qui ci si sta concentrando sulla connettività radio considerati i requisiti stringenti sul fronte della latenza e della distanza che caratterizzando la quinta generazione mobile.

Può raccontarci qualcosa in più?

Il proliferare di pali e antenne fa il paio con l’aumento dell’equipaggiamento necessario a garantire la trasmissione di dati da un sito all’altro. Quello che stiamo facendo noi è centralizzare gli equipaggiamenti in siti appositi per poi garantire la trasmissione di ingenti flussi di dati in maniera ottimale. Sempre a Genova si lavora a quelle che sono note come attività di orchestrazione delle reti, ossia che vanno dalla gestione all’analisi passando per l’approvvigionamento. Bisogna fare leva sui sistemi di gestione, e la nuova generazione parla il linguaggio del machine learning e dell’artificial intelligence. le reti del futuro saranno dotate di un numero di elementi crescente e non potranno più essere governate dall’uomo in modalità one-to-one. Quindi si utilizzeranno sistemi robotici che impareranno sul campo – ottimale grazie agli algoritmi di machine learning – e saranno man mano in grado di suggerire la soluzione.

A Pisa avete appena battezzato l’era del grafene.

Esattamente. E si tratta di un successo enorme. Abbiamo scoperto che tagliando la grafite a fogli sottilissimi si trasforma in un reticolo di materiale altamente performante per realizzare circuita ad alta capacità. L’integrazione fra fotonica e grafene consente inoltre di miniaturizzare i sistemi di switching e di abbattere enormemente i consumi energetici. A Pisa, dove lavorano una trentina di ricercatori, ci stiamo poi concentrando sulla parte applicativa del 5G, in settori quali industria 4.0, logistica, agricoltura, mobilità, per citarne alcuni.

Last but not least Pagani

Pagani è il più “antico” centro di ricerca Ericsson in Italia con circa 30 anni di attività e circa 300 ricercatori. Qui il focus sono le attività che ruotano attorno alla cybersecurity e alla virtualizzazione della core network. E ci stiamo specializzando in particolare nel mettere in sicurezza i sistemi di Tlc in ambito Internet of things.

Ma dove le trovate le competenze per fare tutto ciò?

Tenga conto che l’80% del personale che lavora nei 3 centri di ricerca è costituito da ingegneri informatici, elettronici e tlc e un 20% da tecnici -quelli che un tempo si chiamavano periti informatici – che sono un vero e proprio patrimonio dell’organizzazione. Ma è evidente che l’evoluzione tecnologica necessita di competenze sempre più evolute. Si dedicano circa 22mila ore l’anno in attività dii training interno affinché il personale possa aggiornarsi. E l’anno scorso abbiamo battezzato una Software Academy per consentire una formazione full time della durata di 4 settimane continuative ai nostri dipendenti. Lo scorso anno sono state coinvolte una cinquantina di persone e altrettante per la seconda edizione. E puntiamo in totale a coinvolgere circa 300 persone. La cosa interessante è che chi frequenta i corsi – che da quest’anno sono organizzati anche in collaborazione con l’Università di Salerno e il Politecnico di Milano – diventa poi un “contaminatore” di innovazione all’interno dell’azienda e quindi a sua volta fa training alle persone che lavorano nel suo team.

È cambiato molto il modo di fare ricerca negli anni?

È cambiata in particolare l’organizzazione e il modo di lavorare: si è passati dal modello waterfall (a cascata) ossia da un progetto calato dall’alto, al project management che ha inserito il concetto di flessibilità, per poi approdare al modello agile e arrivare al continuous deployment. In passato la roadmap di un progetto era biennale oggi si lavora con rilasci anche di appena 2-3 settimane. E si lavora sempre più in chiave close to customer: la nostra attività di ricerca non si svolge più solo in laboratorio ma coinvolge direttamente i clienti, sia in Italia sia all’estero, per migliorare lo sviluppo di prodotti e reti future e velocizzarne il time-to-market.

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