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L'INTERVISTA

Vatalaro si candida al cda Rai: “Il digitale sta rivoluzionando il broadcasting, congiuntura delicata”

Il professore di Tlc all’università Tor Vergata di Roma scende in campo per dare il proprio contributo all’evoluzione del servizio pubblico. “Mutamento profondo, bisogna intervenire con tempestività per fronteggiare le minacce competitive”

01 Giu 2018

Mila Fiordalisi

Condirettore

“Lo scenario del broadcasting è in profonda evoluzione. E sono convinto che si debba fornire un forte contributo tenendo conto della trasformazione digitale del comparto radiotelevisivo, a fianco del tradizionale dibattito culturale su contenuti e palinsesti”. Queste le ragioni che hanno spinto Francesco Vatalaro, professore ordinario di Telecomunicazioni all’Università di Roma Tor Vergata, a candidarsi per il cda Rai.

Professor Vatalaro, dalle Tlc alla Rai, perché questa candidatura?

La mia è una candidatura di servizio a cui sono giunto sulla base di un ragionamento di carattere generale e non di una mera, sia pure credo legittima, aspirazione personale e professionale.

Cosa intende per candidatura di servizio?

L’attuale scenario del broadcasting, ribadisco, è in profonda evoluzione. Un primo elemento è ben chiaro agli addetti ai lavori: nel rispetto del Piano di azione per il 5G della Commissione europea, in Legge di stabilità 2018 il nostro Paese ha già stabilito il percorso per il trasferimento a fine 2021 dei diritti d’uso delle frequenze a 700 MHz e presto potrebbe assumere provvedimenti simili anche per frequenze più basse, sottraendo così importanti risorse al tradizionale comparto dei media. Si tratta di un evidente e serio impoverimento degli attori del settore, nessuno escluso, particolarmente preoccupante in quanto affianca la progressiva riduzione della raccolta pubblicitaria e la continua migrazione dei clienti, specie giovani, verso i new media. E non c’è soltanto il danno economico che deriva dalla ben nota riduzione di risorsa spettrale a disposizione dell’intero comparto radiotelevisivo che potrebbe, almeno in parte e temporaneamente, essere attutito dall’introduzione delle nuove tecnologie broadcasting, il DVB-T2. Sempre più acquista preminenza il cambiamento di abitudini della clientela che si accompagna alla “digital transformation” visibilmente in atto anche nel settore dei media.

Ci può fornire qualche dato quantitativo per capire meglio?

La congiuntura in cui viene a trovarsi il comparto radiotelevisivo è molto delicata in relazione alle profonde trasformazioni che stanno avvenendo a seguito dell’avvento di una nuova fase della digitalizzazione: più propriamente oggi si parla di “datizzazione” legata ai Big Data che rappresenta il cambiamento radicale dei modelli di business della società che deriva dalla digitalizzazione di ogni cosa. Rimanendo nel caso del broadcasting, tutte le fonti più autorevoli convergono nel prevedere una rapida e massiccia migrazione del traffico video su rete Internet e su terminale mobile: a titolo di esempio, il volume di traffico video su reti IP è destinato a crescere dal 75% (2016) al 81,9% (2021)

E cosa può fare il Consiglio di amministrazione Rai per posizionare l’azienda in questo cambiamento epocale?

Questo mutamento profondo dei modi di fruizione dei contenuti e l’avvento di nuove tecnologie e piattaforme digitali, così inestricabilmente intrecciati fra loro, impone un rapido ed intenso sforzo di trasformazione digitale, attraverso la migrazione su rete IP, dell’intero comparto radiotelevisivo italiano nel cui ambito Rai, in virtù della sua specificità di servizio pubblico a copertura universale, dovrebbe nel triennio entrante assumere un ruolo leader, se possibile anche indicando al settore la corretta implementazione della migrazione in un quadro più ampio di revisione dei modelli di business. Non farlo con la tempestività dovuta, a mio parere, rischia persino di arrecare danni alla finanza pubblica in ragione del prevedibile aggravamento dello stato di difficoltà in cui versa il settore. Ci sono già segnali da parte di attori privati che chiedono di avere accesso al finanziamento pubblico; evidentemente questo sarebbe un problema difficile da gestire.

Ci sono altri impatti industriali?

Sì, oggi lo scenario competitivo non si sviluppa più a livello nazionale come per la vecchia Tv della fine del secolo scorso. Da un po’ di tempo è chiaro ormai che le “minacce competitive” per i nostri player nazionali, che abbiamo il dovere di difendere senza metodi protezionistici, giungono anche da molto lontano con contenuti non più generalisti ma che si basano sullo studio dei profili individuali dei clienti potenziali: è questo il modello introdotto da Netflix che viene abbracciato dagli altri OTT, sia Amazon Prime Video che Google TV per fare qualche esempio importante.

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