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L'EDITORIALE

Adelante Franco con juicio

Il salto (mortale?) su cui Telecom Italia è chiamata a decidere è strategico: quanto peserà in competitività la rinuncia all’integrazione verticale fra rete e servizi?

16 Dic 2012

Gildo Campesato

Non decidere, dando l’impressione di avere deciso. A essere un po’ cattivi, è questo il risultato del cda di Telecom Italia del 6 dicembre, l’ultimo dell’anno. Presentata, dai giornali, come la riunione delle grandi decisioni, (in ballo lo scorporo della rete Telecom e la vendita di TI Media), la riunione si è risolta di fatto nella fiera dei rinvii. Unico punto fermo: il ritorno al mittente dell’offerta di Naguib Sawiris di entrare con tre miliardi nel capitale di Telecom Italia.

Allontanato Sawiris, non è andata in porto la cessione di La7: troppo basse le offerte dei due unici pretendenti manifestatisi con proposte vincolanti: Cairo Communication e il tandem di fondi Clessidra/Equinox facente capo a Claudio Sposito. Offerte basse anche perché dentro a TI Media non ci sono soltanto indebitamento, deficit e quote di ascolto non da big; c’è anche un asset nascosto che in un futuro nemmeno tanto remoto potrebbe dare belle soddisfazioni. Si tratta delle frequenze del canale 60: una volta messe a disposizione della telefonia mobile acquisirebbero un valore evidentemente ben maggiore di quello attuale, legato com’è alle attività televisive. Vendere oggi può significare pentirsi domani. Ma la grande partita in corso è lo scorporo della rete. Il cda ha dato mandato al management di “verificare le condizioni per una eventuale partecipazione della Cdp ad una società che gestisca la rete di accesso”. Non è la scelta di scorporare la rete, come è stato scritto, ma di andare a vedere le carte. Nulla è deciso. La crisi politica lascia Telecom più libera dalle pressioni esterne (Passera è fautore dello scorporo) e se Bassanini pensa ad una Cdp “custode” delle grandi reti infrastrutturali italiane, Telecom Italia guarderà alla sua convenienza. I fattori in gioco sono tanti: la valutazione della rete in rame (le distanze sono ancora notevoli), la governance, i tempi lunghi (Open Reach ha richiesto quattro anni), i costi di realizzazione (ad esempio per integrare i software di TI con quelli degli Olo), la legacy che passerà da TI nella newco. E, poi, con quali regole europee e italiane si giocherà la partita delle Ngn? Ma il salto (mortale?) che Telecom dovrà decidere è strategico: quanto peserà in competitività la rinuncia all’integrazione verticale fra rete e servizi? “Adelante Franco, con juicio” è il motto uscito dal cda.