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Agenda digitale, Crosio: “Regioni preziose per innovare”

Il senatore della Lega Nord: “Ma si deve rilanciare un progetto Paese. Avanti tutta su catasto delle reti e razionalizzazione dei data center”

10 Giu 2014

Federica Meta

“Le Regioni sono uno strumento formidabile per accelerare sull’attuazione dell’Agenda digitale a patto che questa diventi un vero e proprio progetto Paese”. Jonny Crosio, senatore della Lega Nord, accende i riflettori sul ruolo dei territori per rilancio dell’innovazione, evidenziando ne potenzialità e limiti.
Le Regioni italiani hanno un loro piano di sviluppo digitale. Crede che questo possa generare eccessiva frammentazione e frenare l’attuazione del piano nazionale nonché lo sviluppo innovativo dell’intero Paese?
La frammentazione non dipende certo dalla vitalità dei territori che hanno investito sul tema dell’Agenda digitale e sulla banda larga ben prima che fosse battezzato il piano nazionale così come lo conosciamo oggi. A mio avviso quello che è mancata è una regia a livello di governo centrale in grado di valorizzare e mettere a sistema i risultati raggiunti a livello locale.
Quindi la frammentazione sarebbe figlia di uno scarso impegno del governo?
Non solo. Dico di più: il gap di cui soffre l’Italia è anche figlio di una strategia europea che si è limitata a formalizzare alcuni obiettivi- penso ai 100 mega entro il 2020 – spesso non in linea con le risorse che i paesi membri possono effettivamente mettere in campo per raggiungerli e assolutamente “scollati” dalle condizioni geografiche degli stessi. Condizioni di cui, invece, le Regioni sono più che consapevoli.
In questo quadro come si dovrebbe operare?
Il governo dovrebbe definire gli obiettivi strategici e poi collaborare con le Regioni per il loro conseguimento a livello locale. Penso alla banda ultra larga o anche alla razionalizzazione dei data center pubblici: bisogna concentrare le risorse laddove passano i dati, in una grande dorsale Nord-Sud ad esempio. Ma questo non è possibile senza una mappatura delle reti disponibili nella cui stesura i territori giocano un ruolo chiave.
In che senso?
Nel senso che sono proprio Regioni, e in seconda battuta i Comuni, a poter avere informazioni più dettagliate su quante infrastrutture ci sono e quanto sono utilizzate. Si tratta di una ricognizione “abilitante” all’attuazione di ogni obiettivo strategico dell’Agenda a partire dalla banda larghissima fino ad arrivare alla sanità e alla scuola. Inoltre gli enti territoriali hanno il polso di quelle che accade nelle aree a fallimento di mercato ovvero quelle dove i privati non vanno ad investire, ma soprattutto di quali tecnologie – fibra, satellite, wireless – devono essere lì utilizzate.
E allora?
Allora, anche in questo caso, le Regioni possono fare da “guida” su dove concentrare le risorse destinate a colmare il digital gap. A un patto però.
Che sarebbe?
La strutturazione di un piano industriale nazionale dove l’Agenda digitale sia la leva principale. Mi pare che questo aspetto, negli anni, sia totalmente mancato: l’Ict è purtroppo ancora considerato il “cugino povero” delle politiche di questo paese. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Ma non si rischia di fare un collage dei piani regionali?
La sfida è proprio questa. Evitare collage e mettere a sistema: ma per fare questo serve un grande impegno della politica. Nel tempo troppi tecnici – anche di valore come Francesco Caio – hanno tenuto in mano le redini dell’Agenda digitale. È ora che questa torni in mano alla politica che deve dire dove il Paese vuole andare e quello che vuole diventare. Finora ce lo ha detto l’Europa e la musica deve cambiare: è il governo italiano che lo deve fare, soprattutto su un tema chiave come quello dell’innovazione.