Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

SCENARI

Al palo gli investimenti delle telco Usa, dubbi sulla “deregulation” di Trump

Nonostante lo stralcio delle norme sulla net neutrality e gli sgravi fiscali Verizon, At&t, Charter e Comcast hanno tagliato la spesa, portandola complessivamente a 56,9 miliardi di dollari rispetto a 57,1 miliardi dell’anno prima. Secondo gli analisti pesa la volatilità delle decisioni della Fcc troppo esposte a pressioni politiche

08 Feb 2019

Patrizia Licata

giornalista

Le quattro grandi telco americane – Verizon, At&t, Charter Communications e Comcast – hanno investito meno nel 2018 nonostante la politica liberista di Donald Trump che ha ridotto le tasse per le imprese e concesso ai fornitori di banda larga una vittoria sulla net neutrality, stralciando le regole volute dall’amministrazione Obama. Ora i Democratici, tornati in maggioranza alla Camera, intendono tornare a dare battaglia neutralità della rete e, in generale, sulla deregulation che, affermano gli avversari politici del presidente Repubblicano, danneggia i consumatori facendo salire i prezzi e mette a rischio l’innovazione.

I report finanziari di Verizon, At&t, Charter Communications e Comcast hanno mostrato che nel 2018 le big four della banda larga hanno tagliato la spesa di capitale rispetto al 2017, portandola complessivamente a 56,9 miliardi di dollari rispetto a 57,1 miliardi dell’anno prima. La riduzione è lieve ma è la prima volta in tre anni che le telco tirano i remi in barca, osserva il Financial Times.

“Nonostante gli enormi benefici fiscali e l’eliminazione delle norme sulle net neutrality, i grandi Internet service provider hanno investito meno in banda larga”, ha dichiarato il parlamentare Democratico Frank Pallone, presidente della Commissione commercio della Camera americana.

Sulla neutralità la ratio della deregulation era proprio quella di togliere il più possibile limiti e paletti alle strategie di gestione del traffico di rete delle aziende telecom per garantire i guadagni e sostenere gli investimenti. La Federal communications commission, guidata dal nuovo presidente Ajit Pai vicino alle posizioni liberiste di Trump, ha accolto le richieste delle telco e annullato le modifiche approvate in era Obama, che classificavano i fornitori di banda larga come utility, e perciò passibili di maggiore intervento regolatorio, e fissavano severe restrizioni alla gestione del traffico sulla rete per evitare la discriminazione tra servizi e contenuti. Pai, nello stralciare il pacchetto sulla net neuitrality a fine 2017 aveva detto che quelle regole avevano “depresso gli investimenti nella costruzione ed espansione delle reti di banda larga e disincentivato l’innovazione”.

I dati per ora sembrano dar torto alla politica del laissez-faire. Dopo l’introduzione delle norme sulla net neutrality, nel 2015, le telco hanno aumentato le spese di capitale, sia nel 2016 che nel 2017. Dopo l’intervento anti-net neutrality hanno speso lo 0,7% in meno. Sono piccoli aggiustamenti, ma il trend può suonare un allarme perché gli Stati Uniti sono impegnati nel roll-out delle nuove reti 5G e nel contrasto al digital divide, che taglia fuori dai servizi digitali le aree meno abitate della nazione.

I numeri sulle telco Usa, però, non sono omogenei. I due maggiori gruppi di rete hanno entrambi ridotto leggermente lo sforzo di investimento: per At&t l’anno scorso le spese di capitale valgono 21,3 miliardi contro i 21,6 miliardi del 2017; Verizon è scesa a 16,7 miliardi di dollari contro 17,2 miliardi del 2017. Al contrario, Comcast ha portato le spese di capitale a 9,8 miliardi di dollari contro 9,6 miliardi l’anno prima e ha assicurato che sborserà 50 miliardi nei prossimi anni grazie ai tagli alle tasse e all’abolizione delle regole sulla net neutrality.

Decisamente in controtendenza il player più piccolo, Sprint: l’anno scorso ha investito 3,8 miliardi di dollari contro 2,5 miliardi nel 2017. L’azienda ha tuttavia spiegato che l’incremento della spesa di capitale non ha niente a che vedere con la questione della net neutrality, ma con un piano di lungo termine che punta all’espansione della rete e in particolare al roll-out del 5G.

Per l’analista Craig Moffett di MoffettNathanson il vero punto non è avere o non avere regole ma creare un quadro stabile: “Nessuno sano di mente farebbe oggi investimenti di lungo termine sulla base delle decisioni Fcc, così soggette a volatilità politica e legale”. Moffett prevede un incremento del 3,3% delle spese di capitale delle telco Usa, ma sottolinea che, con un regime fiscale molto favorevole e niente regole sulla net neutrality, l’aumento dovrebbe essere molto più spettacolare.

Us Telecom, associazione di settore che rappresenta i gruppi delle telecomunicazioni, assicura che gli investimenti arriveranno nel lungo periodo: “Non bisogna guardare ai dati da un anno all’altro, ma agli effetti di lungo termine di un regime regolatorio differente”.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 5