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MERCATO UNICO TLC

Andrea Renda: “Net neutrality, norme Ue inapplicabili”

Countdown al voto di giovedì dell’Europarlamento sulle nuove regole. Ma la strada è in salita. Secondo l’economista troppe ambiguità politiche e incognite tecniche: “Serve più coraggio per far cambiare marcia al settore delle comunicazioni europee”

31 Mar 2014

Francesco Molica

Potrebbero rivelarsi inapplicabili le nuove regole in materia di net neutrality inserite nel regolamento omnibus sul mercato unico delle Tlc che l’Europarlamento voterà giovedì 3 aprile. Troppe le ambiguità giuridiche, e di riflesso le incognite tecniche. E’ l’opinione dell’economista Andrea Renda, docente presso l’Università Luiss di Roma e Senior Fellow del prestigioso Centre for European Policy Studies. Il giudizio complessivo dell’esperto sul pacchetto “connected continent” targato Neelie Kroes è del resto sospeso tra rammarico e una punta di scetticismo sui suoi possibili benefici: “serve una maggiore dose di coraggio per far cambiare marcia al settore delle comunicazioni europee”. Sullo spettro, ad esempio, la normativa avrebbe compiuto un passo troppo “timido”. Secondo Renda, tuttavia, il piano Kroes offrirebbe una prima e favorevole “strizzata d’occhio alla possibilità di eliminare la regolamentazione di prezzo per l’accesso wholesale alla banda larga”.

La Kroes ha più volte sottolineato che il pacchetto sarà decisivo per ridare impulso alla dinamica degli investimenti in infrastrutture di nuova generazione. Sei d’accordo?

Vorrei poterlo essere del tutto, ma penso che serva una maggiore dose di coraggio: d’altronde, la stessa Neelie Kroes ha dovuto ridimensionare le sue ambizioni più volte negli ultimi mesi, e il dibattito nel Parlamento europeo sembra aver ulteriormente ridotto la capacità del pacchetto connected continent di far cambiare marcia al settore delle comunicazioni elettroniche in Europa. Peccato, soprattutto se si pensa che più le economie mondiali diventano dipendenti dall’infrastruttura informatica, più il ritardo negli investimenti in reti di nuova generazione diventa decisivo nel condannare una nazione al declino: questo è quello che sta accadendo all’Europa e ancor più all’Italia. È ora di dare l’allarme!

Veniamo ai dettagli del pacchetto partendo dalle norme sulla net neutrality, ormai ribattezzato Open Internet. In un paper pubblicato in dicembre, hai espresso forti dubbi sulla loro attuabilità sia tecnica che giuridica. Sei ancora di questa opinione e perché?

Sì, la mia opinione è immutata. La proposta della Commissione si basa sull’idea che servizi specializzati possano esistere solo a patto che non “disturbino eccessivamente” la qualità del servizio nell’open internet. Ad oggi non è chiaro cosa si intenda per eccessivo disturbo, né è chiaro il modo con cui i regolatori nazionali potranno monitorare la qualità di ogni servizio per ogni utente finale. La verità è che la qualità del servizio cambia di palazzo in palazzo, di quartiere in quartiere a seconda del livello di congestione sulla rete; inoltre, la qualità cambia da servizio a servizio, e da utente a utente. Come immaginare un tale livello di monitoraggio della rete in tempo reale? Il mio scetticismo si basa anche sull’esperienza degli ultimi anni: dal 2009 è in vigore una regola UE che consente ai regolatori nazionali di imporre una qualità del servizio minima qualora un certo servizio fosse caratterizzato da qualità troppo bassa e come era ampiamente da attendersi, la norma si è rivelata impraticabile e inapplicabile. Non vedo come la nuova proposta della Commissione possa avere maggior fortuna. Senza contare che, mentre i fautori della net neutrality ne hanno fatto per anni un baluardo della libertà di espressione degli utenti, la proposta della Commissione prevede che la neutralità venga protetta attraverso un costante monitoraggio del traffico di internet. È come dire all’utente: “ti controlleremo ogni minuto del giorno per assicurarmi che tu non venga discriminato”. Non è la stessa cosa che dire “nessuno potrà controllarti”.

ll pacchetto connected continent, a fortiori nella versione emendata dall’Europarlamento, introduce anche alcune sostanziali novità in materia di spettro. Qual è il tuo giudizio? Sono sufficienti?

Assolutamente no. Si tratta di un timido passo in avanti che tradisce la difficoltà di addivenire a un accordo politico tra Stati Membri sulla gestione dello spettro a livello europeo. È di questi giorni la notizia che la FCC statunitense prevede di utilizzare il meccanismo dell’asta pubblica per rivoluzionare completamente il settore delle telecomunicazioni nel 2015. Cosa aspettiamo a varare aste pan-europee per frequenze chiave come i 700Mhz? Lo hanno già fatto paesi come il Brasile, il Canada, l’India, che presentano frammentazioni territoriali simili, se non più marcate, di quella del Vecchio Continente. Più indugiamo, più vedremo accrescersi il gap che ci distanzia dalle altre potenze mondiali soprattutto per quanto riguarda la disponibilità della rete 4G. Con tutte le conseguenze che questo comporta in termini di produttività, competitività e sviluppo di nuovi servizi.

Roaming a parte, quali sono a tuo avviso gli altri profili più significativi o innovativi del regolamento?

Non sono un grande fan dell’idea di azzerare le tariffe di roaming entro il 2015: non che mi dispiaccia in assoluto, ma penso che sarebbe stato meglio trovare un modo di far reinvestire i ricavi da roaming in reti Internet mobili ad alta velocità. Un processo di consolidamento dell’industria mobile, possibilmente generato da un’asta pan-europea, avrebbe portato allo stesso risultato per via commerciale, nel tempo, eliminando il pericolo di incremento delle tariffe nazionali. A parte questo, il nuovo pacchetto Connected Continent “strizza l’occhio” alla possibilità di eliminare la regolamentazione di prezzo per l’accesso wholesale alla banda larga, sulla base di esperienze nazionali come quella inglese. Inoltre, mi pare vi sia maggiore consapevolezza del mutato contesto concorrenziale.

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